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Prodi e il piano inclinato dell’Europa

Nel dialogo con Fabio Tamburini, Romano Prodi ha descritto un’Europa economicamente forte ma politicamente fragile.


Il panel “Piano inclinato” ha visto il confronto tra Romano Prodi, professore di Economia industriale all’Università di Bologna, e Fabio Tamburini, direttore de Il Sole 24 Ore. Il titolo dell’incontro ha richiamato un contesto internazionale instabile, nel quale guerre regionali, nuove alleanze geopolitiche, tecnologia e crisi della rappresentanza democratica spingono l’Europa verso una condizione di progressiva perdita di direzione. Prodi ha indicato il rischio di un continente ancora solido sul piano produttivo, ma incapace di tradurre la propria forza in decisione politica.


Nel dialogo, Prodi ha affrontato le tensioni internazionali, richiamando la crisi mediorientale, il rapporto tra Stati Uniti e Iran e il riavvicinamento tra Russia e Cina. La sua analisi ha messo in evidenza gli effetti economici degli errori strategici: quando la politica estera indebolisce gli equilibri regionali o rafforza blocchi alternativi, le conseguenze ricadono anche su energia, commercio, investimenti e sicurezza delle filiere. Tamburini ha poi introdotto il tema delle Big Tech, sottolineando la concentrazione di risorse e influenza in pochi grandi gruppi privati.


Prodi ha collegato tale concentrazione allo sviluppo dell’intelligenza artificiale, avvertendo che il controllo tecnologico può alterare il rapporto tra potere economico, informazione e democrazia. L’Europa, secondo questa lettura, dispone ancora di industria, competenze e capacità regolatoria, ma si presenta divisa davanti a potenze più rapide nel decidere. La fragilità politica riduce la forza negoziale del continente nei confronti di Stati Uniti, Cina e grandi operatori tecnologici.


Il passaggio sull’Italia ha reso il quadro ancora più concreto. Prodi ha indicato nelle disuguaglianze salariali e sociali, nella sfiducia verso la politica e nell’astensionismo segnali di una democrazia meno capace di costruire futuro. Non si tratta solo di disagio sociale, ma di un problema economico: senza fiducia, partecipazione e mobilità sociale, anche le riforme necessarie perdono legittimazione. L’incontro ha così riportato l’Europa al suo nodo essenziale: non basta avere mercato, moneta e industria, se manca una visione politica comune.

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