Il clima entra nelle valutazioni delle banche: mutui e prestiti sempre più legati ai rischi ambientali
- Martina Migliorati
- 3 ore fa
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Il cambiamento climatico sta diventando una variabile sempre più importante anche nelle decisioni delle banche. Prima di concedere un mutuo, un prestito o un finanziamento, gli istituti di credito non sono più chiamati a considerare soltanto la solidità finanziaria del cliente e la sua capacità di rimborsare il debito, ma devono valutare con crescente attenzione anche l’esposizione ai rischi climatici. Un’impresa che chiede un finanziamento potrebbe, per esempio, avere stabilimenti situati in una zona soggetta ad alluvioni o frane, mentre un immobile utilizzato come garanzia potrebbe perdere valore in seguito a un evento meteorologico estremo. Allo stesso modo, il settore nel quale opera un’azienda potrebbe essere penalizzato dal processo di transizione verso un’economia a basse emissioni. Sono tutti elementi che stanno progressivamente entrando nei modelli attraverso i quali le banche misurano il rischio. Come spiega Vera Palea, professoressa di Green Finance dell’Università di Torino, che ha supervisionato la Summer School “Climate Risks in Banking Supervision and Monetary Policy”, organizzata dall’ateneo e dalla Bundesbank University con il supporto della Banca d’Italia, il cambiamento climatico e le sue conseguenze sono ormai questioni che riguardano direttamente anche la stabilità finanziaria. Gli eventi climatici estremi, infatti, possono produrre effetti sull’intera economia: basti pensare a una riduzione dei raccolti che provoca un aumento dei prezzi dei prodotti alimentari e contribuisce alle pressioni inflazionistiche, oppure alle conseguenze per una banca che abbia finanziato attività economiche concentrate in territori particolarmente esposti alle calamità naturali. Per gli istituti di credito il rischio climatico viene generalmente distinto in rischio fisico e rischio di transizione. Il primo comprende le conseguenze economiche provocate direttamente dagli eventi naturali, sia improvvisi sia di carattere più persistente, come alluvioni, frane, siccità e altri fenomeni estremi. Il rischio di transizione riguarda invece le conseguenze economiche del passaggio verso un sistema produttivo con minori emissioni di gas serra. Gli effetti sui bilanci bancari possono essere molto concreti. Come sottolinea Fabio Verachi, responsabile Esg Risk di Intesa Sanpaolo, se una banca dispone di una garanzia su un immobile e quell’edificio viene gravemente danneggiato da un’alluvione, il valore della garanzia può diminuire. Allo stesso tempo, il proprietario deve affrontare le spese necessarie per ripristinare l’immobile, con possibili conseguenze sulla disponibilità finanziaria e quindi sulla capacità di continuare a rimborsare il debito. Un meccanismo analogo riguarda le imprese: se un evento estremo danneggia uno stabilimento o un altro bene aziendale, l’impresa deve sostenere costi di riparazione e può contemporaneamente subire una diminuzione dei ricavi durante il periodo necessario per riportare l’attività produttiva alla normalità. Diverso, ma altrettanto significativo, è il rischio di transizione, che può derivare dall’innovazione tecnologica, dai cambiamenti normativi o dalle politiche pubbliche adottate per ridurre le emissioni. Alcuni processi produttivi possono diventare progressivamente meno competitivi o addirittura obsoleti, mentre le imprese maggiormente emissive potrebbero dover sostenere costi più elevati, per esempio attraverso una maggiore tassazione delle emissioni. Per comprendere quanto questi fenomeni possano incidere sulla solidità dei clienti e, di conseguenza, sui propri bilanci, le banche stanno sviluppando modelli di analisi sempre più sofisticati. Gli istituti lavorano su scenari macroeconomici e climatici che prendono in considerazione variabili come l’impatto sul Pil, il livello della carbon tax, il costo dell’energia e la possibile maggiore frequenza o intensità degli eventi atmosferici estremi. Gli scenari climatici possono spingersi fino al 2100, mentre le valutazioni degli impatti economici considerate dalle banche possono arrivare fino al 2050. L’obiettivo non è prevedere con precisione ciò che accadrà nei prossimi decenni, ma individuare le vulnerabilità e comprendere a quali rischi potrebbero essere esposti istituti, famiglie e imprese. Per l’Italia la questione assume un’importanza particolare, considerando l’esposizione del territorio a fenomeni come alluvioni e frane e la rilevanza del costo dell’energia per il sistema produttivo. In questo scenario, secondo Verachi, assumono un ruolo centrale gli investimenti nell’economia circolare e nella transizione energetica, ambiti nei quali Intesa Sanpaolo dichiara di avere una posizione di leadership a livello europeo. Il cambiamento climatico entra quindi sempre più anche nella vigilanza bancaria e nella gestione dei rischi finanziari. Per le banche la questione riguarda innanzitutto la solidità dei finanziamenti concessi e la capacità di evitare perdite future, ma esiste anche una componente reputazionale. Come evidenzia Palea, per esempio, il sostegno finanziario ad aziende fortemente legate ai combustibili fossili può avere ripercussioni sui rapporti di un istituto con gli investitori e con l’opinione pubblica. Il clima, dunque, non rappresenta più soltanto una questione ambientale: è diventato a tutti gli effetti un fattore economico e finanziario, destinato ad avere un peso crescente nelle strategie delle banche, nella valutazione dei finanziamenti e, più in generale, nelle decisioni che determineranno dove e come verranno indirizzati capitali e investimenti nei prossimi anni.





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