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Mais e foraggi sotto pressione: la siccità taglia le rese europee

Il JRC riduce le prospettive delle colture estive: nel Nord e Centro Italia gli effetti di caldo e deficit idrico sono classificati tra i più severi.


La nuova fotografia del Joint Research Centre della Commissione europea conferma che caldo persistente e deficit idrico eccezionale stanno comprimendo le prospettive delle colture estive in ampie aree dell’Europa occidentale e centrale. Il bollettino MARS del 24 agosto segnala riduzioni delle rese attese fino al 14% rispetto alla media degli ultimi cinque anni per le colture più colpite. Tra le zone con impatti severi figurano anche l’Italia settentrionale e centrale, dove temperature elevate, piogge insufficienti e disponibilità limitata di acqua irrigua hanno inciso sulle fasi di fioritura e formazione della resa. Il segnale coinvolge le filiere italiane.


Il problema non riguarda soltanto il raccolto. La contrazione della produttività di prati e pascoli alimenta un rischio ulteriore per la disponibilità di foraggi, con possibili riflessi sui costi degli allevamenti e, a cascata, sulle filiere lattiero-casearie e zootecniche. Il mais è tra le colture maggiormente esposte: nelle aree più stressate la Commissione europea rileva riduzione della fertilità, minore accumulo di biomassa, riempimento incompleto della granella e senescenza anticipata. Le piogge previste possono attenuare le condizioni agronomiche, ma arrivano troppo tardi per recuperare integralmente le perdite già maturate.


Per le imprese agricole il quadro impone una gestione più rigorosa del rischio climatico e finanziario. Minori rese possono comprimere i margini proprio mentre restano elevati i costi di irrigazione, energia, assicurazioni e approvvigionamenti. Anche i contratti di fornitura e le programmazioni industriali diventano più delicati: una riduzione dell’offerta locale può aumentare il ricorso a materia prima proveniente da altri mercati e accrescere l’esposizione alla volatilità dei prezzi. La crisi climatica entra così sempre più direttamente nella pianificazione economica delle filiere, trasformando l’acqua e la capacità di adattamento agronomico in fattori strutturali di competitività.

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