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Sudan, crolla una miniera d’oro nel Kordofan: almeno 60 morti e decine di dispersi

8 ore fa
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Una nuova tragedia colpisce il Sudan, già devastato da oltre tre anni di guerra civile. Almeno 60 minatori sono morti nel crollo della miniera d’oro di Al-Zaraa, nei pressi della città di El-Nahud, nello Stato del Kordofan Occidentale. Il bilancio resta provvisorio perché numerose persone risultano ancora disperse sotto terra e le operazioni di ricerca proseguono in condizioni estremamente difficili. Secondo le testimonianze raccolte sul posto, diversi pozzi e cunicoli utilizzati dai lavoratori avrebbero ceduto, intrappolando decine di persone. Entro la mattina del 16 settembre erano stati recuperati almeno sessanta corpi, mentre altre fonti hanno successivamente indicato un bilancio ancora più grave.


Le circostanze esatte dell’incidente devono ancora essere chiarite. Alcune testimonianze collocano il primo cedimento nella giornata di martedì, mentre fonti locali riferiscono che i problemi sarebbero iniziati già domenica. Tra le possibili cause viene indicata la presenza di pozzi scavati molto vicini tra loro, una caratteristica frequente nell’attività mineraria artigianale. I soccorritori stanno lavorando quasi esclusivamente con gli stessi strumenti rudimentali impiegati per l’estrazione dell’oro. La mancanza di escavatori e macchinari pesanti rende particolarmente complesso rimuovere rapidamente terra e rocce, mentre ogni ora trascorsa riduce le possibilità di trovare sopravvissuti nelle cavità rimaste accessibili.


La tragedia riporta l’attenzione sulle condizioni dell’estrazione aurifera artigianale in Sudan. Migliaia di persone lavorano in miniere di piccola scala, spesso utilizzando strutture precarie e con standard di sicurezza estremamente limitati. Gli incidenti mortali non sono un fenomeno nuovo, ma la guerra scoppiata nell’aprile 2023 tra le Forze armate sudanesi e le paramilitari Rapid Support Forces ha aggravato ulteriormente la situazione. Il conflitto ha distrutto attività economiche, infrastrutture e posti di lavoro, spingendo una parte crescente della popolazione verso l’estrazione dell’oro come una delle poche possibilità rimaste per ottenere un reddito.


L’oro è contemporaneamente una delle principali risorse economiche del Paese e uno degli elementi che alimentano l’economia di guerra. Il commercio del metallo prezioso vale miliardi di dollari e, nel corso del conflitto, le aree minerarie e le reti commerciali collegate all’esportazione sono diventate strategiche per finanziare le parti armate e sostenere un’economia nazionale sempre più frammentata. Il Kordofan Occidentale, dove si trova la miniera di Al-Zaraa, è inoltre una delle regioni investite direttamente dalla guerra. L’area è oggi sotto il controllo delle Rapid Support Forces, circostanza che rende ancora più complicato garantire controlli pubblici, standard di sicurezza e interventi tempestivi in caso di emergenza.


Dietro il numero delle vittime emerge così una realtà economica nella quale povertà, guerra e corsa all’oro si alimentano reciprocamente. Il settore minerario artigianale offre una fonte di sostentamento a moltissime famiglie, ma espone i lavoratori a rischi elevatissimi. Pozzi profondi, strutture non consolidate, ventilazione insufficiente e disponibilità limitata di attrezzature di soccorso possono trasformare rapidamente un cedimento in una catastrofe. In condizioni normali sarebbero necessari controlli tecnici, sistemi di monitoraggio e mezzi specializzati; nelle regioni coinvolte dal conflitto, invece, persino l’arrivo delle squadre di emergenza può diventare problematico.


Il disastro si inserisce in una crisi umanitaria di dimensioni enormi. La guerra ha provocato decine di migliaia di morti, milioni di sfollati e una grave emergenza alimentare, compromettendo contemporaneamente ospedali, trasporti e servizi essenziali. In questo scenario l’attività mineraria continua nonostante i pericoli perché per molte comunità rappresenta una delle poche fonti di reddito disponibili. L’aumento del valore dell’oro sui mercati internazionali rende inoltre ancora più intensa la ricerca del metallo, favorendo l’apertura di siti informali nei quali le condizioni operative possono essere particolarmente pericolose.


A El-Nahud la priorità resta ora raggiungere le persone che potrebbero trovarsi ancora sotto le macerie. Le testimonianze provenienti dalla zona descrivono una mobilitazione degli stessi minatori e degli abitanti, costretti però a operare con mezzi insufficienti rispetto alle dimensioni del crollo. L’incertezza sul numero esatto di lavoratori presenti nei pozzi rende impossibile stabilire un bilancio definitivo, mentre le difficoltà di comunicazione tipiche delle zone di guerra rallentano anche la raccolta delle informazioni. Il crollo di Al-Zaraa diventa così un’altra manifestazione della fragilità del Sudan, dove una risorsa fondamentale come l’oro continua a produrre ricchezza mentre chi la estrae affronta condizioni di lavoro e di sicurezza estremamente precarie.

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