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Fed alza i tassi al 3,75-4%: prima stretta dal 2023, l’inflazione riporta la politica monetaria in territorio restrittivo

4 ore fa
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La Federal Reserve torna ad alzare i tassi di interesse dopo oltre tre anni. Al termine della riunione del Federal Open Market Committee, la banca centrale statunitense ha deciso un aumento di 25 punti base, portando il costo del denaro dall’intervallo del 3,50-3,75% al nuovo range del 3,75-4%. Si tratta del primo rialzo dal luglio 2023 e di un cambiamento significativo rispetto alla fase di allentamento monetario che aveva caratterizzato le precedenti decisioni. La scelta arriva in un contesto nel quale l’economia americana continua a mostrare una discreta capacità di tenuta, mentre l’inflazione rimane superiore all’obiettivo del 2% e le tensioni internazionali hanno alimentato nuove pressioni sui prezzi dell’energia.


Il ritorno alla stretta monetaria era stato progressivamente incorporato nelle aspettative degli investitori. Alla vigilia della riunione, i mercati attribuivano una probabilità superiore al 90% a un aumento di un quarto di punto. A modificare radicalmente lo scenario sono stati soprattutto gli ultimi dati sui prezzi: in agosto l’indice dei prezzi al consumo è cresciuto dello 0,4% su base mensile, mentre l’inflazione annuale si è attestata al 3,4%, ancora lontana dal traguardo perseguito dalla Fed. Le pressioni provenienti dal comparto energetico hanno complicato ulteriormente il quadro, costringendo la banca centrale a confrontarsi con il rischio che una fase prolungata di prezzi elevati possa influenzare le aspettative di famiglie e imprese.


La decisione rappresenta un passaggio importante anche per il nuovo presidente della Federal Reserve, Kevin Warsh, chiamato a gestire una situazione particolarmente complessa. La banca centrale deve infatti cercare di contenere l’inflazione senza provocare un rallentamento eccessivo dell’attività economica. Secondo la Fed, l’economia statunitense continua a espandersi a un ritmo solido e la spesa interna rimane resiliente, mentre il mercato del lavoro non presenta al momento segnali tali da imporre un sostegno monetario. In queste condizioni, il mantenimento della stabilità dei prezzi torna a occupare una posizione centrale nella strategia dell’istituto.


La svolta era già visibile sul mercato obbligazionario. Nelle giornate precedenti alla riunione, i rendimenti dei Treasury erano aumentati sensibilmente, anticipando una politica monetaria più restrittiva. Il rendimento del titolo decennale statunitense era arrivato a superare temporaneamente il 5%, toccando livelli che non si vedevano dal 2007, mentre anche le scadenze più brevi avevano registrato un forte movimento al rialzo. L’aumento dei rendimenti determina contemporaneamente una riduzione dei prezzi delle obbligazioni già in circolazione e un incremento del costo di finanziamento dell’economia, con effetti che possono progressivamente raggiungere mutui, credito alle imprese e investimenti.


Per i mercati azionari, tuttavia, il rialzo dei tassi non è arrivato come una sorpresa. La decisione era ampiamente attesa e l’attenzione degli operatori si è spostata immediatamente sulle indicazioni relative alle prossime mosse della Fed. Il punto centrale è comprendere se l’aumento di settembre rappresenti un intervento isolato oppure l’inizio di una nuova fase di restrizione monetaria. Le proiezioni dei policymaker indicano la possibilità di un ulteriore intervento entro la fine dell’anno, ma il percorso resterà strettamente collegato all’andamento dei prezzi, dell’occupazione, dei consumi e soprattutto delle quotazioni energetiche. Warsh ha ribadito che le previsioni non costituiscono un impegno automatico e che le decisioni continueranno a dipendere dai dati.


Il cambio di direzione della politica monetaria statunitense ha implicazioni che vanno ben oltre gli Stati Uniti. Un livello più elevato dei Fed Funds può rafforzare l’attrattività delle attività finanziarie denominate in dollari, modificare i flussi internazionali di capitale e aumentare il costo del finanziamento per imprese e Stati. Anche le altre banche centrali saranno chiamate a valutare gli effetti della nuova fase americana sui cambi e sulle condizioni finanziarie globali. Per l’Europa, in particolare, la combinazione tra rendimenti statunitensi elevati e persistenti pressioni energetiche potrebbe rendere più complessa la gestione della politica monetaria.


Dopo un lungo periodo nel quale gli investitori avevano discusso soprattutto dei tempi e dell’intensità dei tagli dei tassi, lo scenario è quindi cambiato. La priorità torna a essere la capacità della Federal Reserve di riportare stabilmente l’inflazione verso il 2%, preservando allo stesso tempo la crescita economica e la solidità del mercato del lavoro. Il rialzo di settembre segna l’apertura di una nuova fase: ogni dato sull’inflazione, sull’energia e sull’economia americana sarà ora analizzato per capire fino a dove la Fed sarà disposta a spingere nuovamente il costo del denaro.

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