Energia e industria, Orsini chiede un vero mercato unico europeo
- piscitellidaniel
- 10 giu
- Tempo di lettura: 2 min
Il presidente di Confindustria lega competitività, costi produttivi e sicurezza economica alla capacità dell’Europa di superare frammentazioni nazionali nel settore energetico.
L’intervento di Emanuele Orsini al Teatro Sociale ha posto al centro una questione strutturale per l’economia italiana: il rapporto tra costo dell’energia e tenuta del sistema produttivo. Il presidente di Confindustria ha sostenuto che il rifiuto simultaneo di nucleare, fotovoltaico ed eolico apre un problema non soltanto ambientale, ma industriale, perché priva cittadini e imprese di un quadro realistico di approvvigionamento. Il punto giuridico-economico è evidente: senza una politica energetica coerente, il mercato resta esposto a volatilità, dipendenza esterna e differenziali competitivi che incidono sui prezzi finali, sugli investimenti e sulla capacità di attrarre nuove generazioni.
Il richiamo al mercato unico europeo dell’energia ha una valenza che supera la mera richiesta di riduzione delle bollette. Orsini ha indicato la necessità di una governance sovranazionale capace di trattare l’energia come fattore essenziale della competitività industriale, non come somma di politiche nazionali disallineate. In questa prospettiva, il costo dell’energia diventa un elemento di concorrenza interna all’Unione: imprese collocate in Stati con prezzi più bassi possono beneficiare di un vantaggio strutturale rispetto a quelle italiane, con effetti distorsivi sul mercato e sulla localizzazione degli investimenti.
Il ragionamento si collega al tema più ampio della neutralità tecnologica. La transizione energetica non può essere costruita su divieti astratti o su opzioni ideologiche, ma deve poggiare su una combinazione verificabile di fonti, reti, accumuli, contratti di lungo periodo e sicurezza degli approvvigionamenti. Per il sistema Paese, la questione non riguarda soltanto le grandi imprese energivore, ma anche le filiere di piccola e media dimensione, che trasferiscono l’aumento dei costi in margini più bassi, minore capacità di investimento e più debolezza contrattuale.
L’appello formulato al Festival individua quindi un nodo regolatorio: l’Europa deve decidere se limitarsi a fissare obiettivi climatici o dotarsi anche degli strumenti industriali necessari per renderli sostenibili. Senza un quadro comune su prezzi, infrastrutture e sicurezza energetica, la transizione rischia di trasformarsi in un vincolo asimmetrico, capace di penalizzare proprio i sistemi manifatturieri più esposti alla concorrenza globale.





Commenti