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Spari sulla folla e civili palestinesi uccisi: l’episodio di Jenin riapre il dibattito sulla condotta dell’esercito israeliano

Le immagini diffuse dall’ultimo episodio avvenuto a Jenin hanno riacceso le polemiche internazionali sull’operato dell’esercito israeliano nei territori palestinesi. Il fatto, documentato in un video divenuto virale, mostra soldati israeliani aprire il fuoco contro un gruppo di civili palestinesi disarmati, uccidendo due ragazzi e ferendone altri quattro, tra cui un bambino. L’episodio è avvenuto lo scorso 6 luglio nel campo profughi di Jenin, nel nord della Cisgiordania, una delle zone più esposte all’intensificarsi delle operazioni militari che, da mesi, vedono l’esercito israeliano compiere incursioni regolari nei centri urbani palestinesi con l’obiettivo dichiarato di smantellare presunte infrastrutture terroristiche.


Secondo quanto riportato da testimoni e verificato da fonti giornalistiche indipendenti, il gruppo di civili non era armato né stava compiendo azioni ostili. I militari, posizionati su un blindato, hanno aperto il fuoco a distanza ravvicinata contro una folla in fuga, colpendo in particolare un giovane di 18 anni che si era rifugiato dietro un albero. Il video mostra chiaramente che il ragazzo non rappresentava una minaccia. A seguito della raffica, il giovane si accascia a terra mentre gli altri cercano di trascinarlo via, sotto il fuoco continuo dei soldati. A cadere sotto i colpi anche un secondo giovane e altri civili, tra cui un bambino che secondo fonti mediche locali è in condizioni gravi.


Reazioni internazionali e accuse di violazione dei diritti umani

Le immagini hanno immediatamente scatenato reazioni di indignazione da parte di diverse organizzazioni internazionali, tra cui Human Rights Watch e Amnesty International, che hanno parlato apertamente di “uso sproporzionato della forza” e “violazione del diritto internazionale umanitario”. Anche l’ONU ha espresso “profonda preoccupazione” per l’episodio, sollecitando un’indagine indipendente e imparziale su quanto accaduto. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani ha sottolineato come la condotta delle forze israeliane in Cisgiordania debba essere sottoposta a scrutinio, soprattutto in relazione alla protezione dei civili durante le operazioni militari.


Il portavoce del governo israeliano ha invece difeso l’operato dei soldati, affermando che l’unità stava rispondendo a un “sospetto attacco imminente” e che le circostanze saranno oggetto di verifica da parte del comando militare. Tuttavia, questa giustificazione è stata messa in discussione da molteplici fonti, tra cui diversi giornalisti presenti in loco e organizzazioni che monitorano la situazione nei Territori Occupati. Secondo le ricostruzioni, l’area non presentava segni di attività armata da parte di miliziani o gruppi armati al momento dell’incursione.


Crescita della tensione nei Territori Occupati

L’episodio di Jenin si inserisce in un contesto già altamente instabile. Dall’inizio dell’anno, le operazioni dell’esercito israeliano in Cisgiordania si sono intensificate in modo significativo. Secondo dati diffusi dall’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA), nei primi sei mesi del 2025 sono stati uccisi oltre 230 palestinesi in operazioni militari israeliane nei Territori Occupati, di cui una percentuale significativa composta da minori. Jenin, insieme a Nablus e Hebron, è tra le aree più colpite dalle operazioni di “antiterrorismo” portate avanti da Israele, ma che in numerosi casi si sono tradotte in incursioni urbane durante le quali si verificano violenze contro civili, arresti arbitrari e demolizioni di abitazioni.


La popolazione civile palestinese vive da mesi in una condizione di paura costante. Le incursioni avvengono spesso durante la notte o alle prime luci dell’alba, con l’impiego di blindati, droni e armi pesanti. Molti abitanti denunciano che le operazioni sono condotte senza preavviso e che i danni collaterali sono ignorati o addirittura giustificati in nome della sicurezza nazionale israeliana. La narrazione ufficiale, però, entra sempre più spesso in contrasto con le prove video e le testimonianze raccolte sul campo, alimentando una crescente sfiducia da parte della comunità internazionale nei confronti delle giustificazioni fornite da Tel Aviv.


Un clima politico sempre più polarizzato

La vicenda ha riacceso anche le tensioni politiche all’interno di Israele, dove la coalizione di governo guidata da Benjamin Netanyahu è accusata da una parte crescente dell’opinione pubblica di promuovere una strategia militare e repressiva nei confronti dei palestinesi. L’ala ultranazionalista dell’esecutivo spinge per un rafforzamento delle colonie ebraiche in Cisgiordania e per un ampliamento del controllo militare su intere aree abitate da palestinesi, una politica che secondo l’opposizione alimenta ulteriormente l’odio e il ciclo della violenza.


D’altra parte, tra i palestinesi cresce il senso di isolamento e impotenza. Le autorità dell’Autorità Nazionale Palestinese, già delegittimate internamente, non riescono a esercitare un controllo reale sulla sicurezza nelle aree urbane più esposte. In assenza di una prospettiva politica concreta, molti giovani finiscono per radicalizzarsi o per affidarsi a gruppi armati che promettono protezione e vendetta. Questo circolo vizioso, alimentato da decenni di occupazione, mancanza di dialogo e repressione sistematica, rende sempre più lontana l’ipotesi di una soluzione diplomatica al conflitto.


Il ruolo dell’informazione e la forza delle immagini

A rendere particolarmente eclatante l’episodio di Jenin è stata la diffusione immediata delle immagini, girate da un civile presente sul posto e successivamente verificate da diverse redazioni internazionali. Il video, che mostra con chiarezza l’inerzia dei soldati israeliani rispetto alla presenza di civili disarmati, ha avuto un impatto mediatico simile a quello di altri casi noti di uso letale della forza contro popolazioni civili. La potenza delle immagini ha scavalcato le versioni ufficiali e ha permesso a milioni di persone nel mondo di osservare direttamente quanto accaduto.


Negli ultimi anni, l’informazione proveniente dai Territori Palestinesi è diventata sempre più dipendente dal contributo dei cittadini locali, dei volontari e dei giornalisti freelance, spesso più presenti e reattivi rispetto ai grandi media internazionali. In questo contesto, il ruolo dei social network è diventato centrale, ma anche controverso. Da un lato, consentono una diffusione capillare e istantanea delle notizie. Dall’altro, espongono i contenuti a campagne di disinformazione, censura e manipolazione. Tuttavia, nel caso di Jenin, la verifica indipendente delle fonti video ha permesso di consolidare una narrazione coerente con le testimonianze dei sopravvissuti e con i rapporti delle organizzazioni umanitarie sul campo.

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