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Pontecorvo, la diplomazia come arte dell’ascolto

  • Immagine del redattore: Luca Baj
    Luca Baj
  • 5 giorni fa
  • Tempo di lettura: 4 min

Dalla carriera all’estero all’Afghanistan, da Leonardo alle sfide dell’innovazione: il racconto di un ambasciatore che legge la geopolitica partendo dalle persone

Stefano Pontecorvo racconta la diplomazia senza trasformarla in un catalogo di cerimonie, incarichi e formule ufficiali. La sua traiettoria, iniziata nella carriera diplomatica nel 1985 e maturata in sedi decisive come Mosca, Londra, Islamabad e Kabul, diventa nell’intervista un modo per leggere il potere, i limiti dell’Occidente e la forza dei rapporti personali. Il filo che tiene insieme il racconto è semplice e severo: un ambasciatore non rappresenta se stesso, ma un Paese; tuttavia può farlo bene solo se conosce davvero l’interlocutore, la sua lingua, la sua storia, le sue paure e la sua idea di futuro.

Pontecorvo rivendica di aver passato all’estero una parte molto ampia della propria vita professionale. Non ne parla come di un sacrificio, ma come di una scelta. Viaggiare, vivere fuori, misurarsi con contesti difficili erano una vocazione prima ancora che un percorso di carriera. Da qui nasce anche una visione non burocratica del mestiere: la politica estera si decide nelle capitali, ma sul terreno serve chi sappia spiegare, interpretare, avvicinare posizioni e creare fiducia. L’ambasciatore, in questa prospettiva, non è un terminale amministrativo. È un traduttore di interessi, culture e convenienze.

Il passaggio in Russia, negli anni del tramonto sovietico, gli ha lasciato una lezione centrale: non si capisce un popolo solo leggendo documenti, ma entrando nella sua cultura viva. Pontecorvo insiste sul valore della letteratura, delle conversazioni, dei gesti quotidiani. È un approccio che poi riaffiora in Pakistan e in Afghanistan, dove la conoscenza dell’altro non è un ornamento intellettuale, ma una condizione operativa. In scenari complessi, sbagliare lettura culturale può significare sbagliare decisione politica.

Il tema dell’interesse nazionale attraversa l’intervista con nettezza. Pontecorvo lo sottrae sia alla retorica sia all’imbarazzo con cui spesso viene trattato in Italia. Tutti gli Stati perseguono i propri interessi, anche quando li rivestono di linguaggi diversi. Per l’Europa e per l’Italia il problema non è riconoscerne l’esistenza, ma saperlo definire senza provincialismi e ingenuità.

Il Pakistan è uno dei capitoli più significativi. Da ambasciatore d’Italia a Islamabad, Pontecorvo racconta di aver trovato un Paese spesso sottovalutato, ma centrale negli equilibri regionali, nel mondo musulmano e nella partita afghana. Lì il ruolo diplomatico assume una dimensione politica, economica e culturale. I rapporti istituzionali servono, ma non bastano; occorre convincere il proprio sistema che un Paese merita attenzione, investimenti, continuità.

L’Afghanistan è il punto più drammatico del racconto. Pontecorvo lo affronta senza compiacimento e senza semplificazioni. Alla guida della rappresentanza civile della Nato, si è trovato nell’ultima fase di una presenza occidentale durata vent’anni e chiusa in modo traumatico. L’intervista restituisce il senso di una crisi che non nasce solo nei giorni del ritiro, ma da errori più profondi: l’idea di trapiantare un modello istituzionale centralizzato in un Paese retto da equilibri locali, province autonome e un tessuto islamico capace di tenere insieme differenze enormi.

La sua lettura dei talebani e della società afghana è volutamente scomoda. Pontecorvo invita a non confondere arretratezza materiale e mancanza di raffinatezza politica. Ricorda interlocutori capaci di parlare più lingue, formati in percorsi religiosi e culturali spesso più articolati di quanto l’opinione pubblica occidentale immagini. Non è un’assoluzione politica, ma un avvertimento: chi negozia deve sapere con chi parla. Conoscere l’Islam, i codici d’onore e le memorie storiche non significa giustificare; significa evitare di muoversi alla cieca.

Nel caos dell’aeroporto di Kabul emerge la dimensione più concreta della leadership. Quando la voce che chiunque fosse riuscito a entrare avrebbe potuto partire attirò decine di migliaia di persone davanti agli accessi, l’evacuazione divenne una prova estrema. Pontecorvo racconta la pressione, la paura per i collaboratori afghani della Nato, il lavoro dei militari, la necessità di riempire gli aerei, organizzare flussi, decidere rapidamente. L’immagine che ne esce è quella di un funzionario abituato alla politica, ma costretto alla logistica pura della salvezza: cancelli, liste, famiglie, corridoi, partenze.

Dopo Kabul, il passaggio a Leonardo apre un altro capitolo: quello della trasformazione da diplomatico a presidente di un gruppo industriale strategico. Pontecorvo respinge l’idea di una distanza insuperabile tra relazioni internazionali e industria. Leonardo viene descritta come un patrimonio nazionale complesso, perché concentra sicurezza, aerospazio, difesa, ricerca, ingegneria, tecnologie duali e filiere industriali che danno peso all’Italia nel mondo.

Nel racconto dell’esperienza aziendale torna il tema dell’immagine. Pontecorvo sottolinea la necessità di non rinnegare ciò che un’impresa della difesa fa, ma di raccontarla per quello che è: una piattaforma di tecnologia avanzata, lavoro qualificato e capacità scientifica. Il supercalcolo, l’intelligenza artificiale, lo spazio, l’elettronica e i sistemi di comunicazione diventano tasselli di una narrazione industriale più ampia. Non basta dire che un’azienda vende prodotti; bisogna spiegare quale conoscenza produce e quale autonomia garantisce al Paese.

Da qui nasce anche la riflessione sulle piccole e medie imprese dell’aerospazio e della difesa. Pontecorvo vede nelle Pmi innovative un pezzo decisivo della competitività italiana, ma chiede alle grandi aziende abbastanza intelligenza da non schiacciarle. La velocità con cui una tecnologia perde vantaggio competitivo impone un rapporto diverso tra campioni nazionali e realtà più piccole: pagamenti più rapidi, collaborazione vera, capacità di assorbire innovazione senza soffocarla.

L’intervista diventa infine una riflessione sull’Italia. Pontecorvo alterna durezza e fiducia. Critica burocrazia, lentezze, pressione fiscale, incapacità di fare sistema, ma difende il talento italiano. Gli imprenditori sono spesso piccoli eroi costretti a muoversi in un ambiente complicato. La sua formula più efficace è quella dell’ascensore fuori servizio: il successo, per chi nasce e lavora in Italia, non è una corsa comoda verso l’alto, ma una salita da fare gradino dopo gradino.

Ai giovani Pontecorvo consegna un messaggio di fiducia, dentro la geopolitica. Il futuro è pieno di rischi, ma anche di opportunità, soprattutto per chi studia ingegneria, tecnologia, aerospazio, difesa, energia e innovazione. L’Italia dispone di competenze che molti Paesi le riconoscono più di quanto faccia essa stessa. Serve però una maggiore serietà collettiva: investire, semplificare, proteggere i talenti, pretendere risultati, collegare università, industria e istituzioni. Nel suo racconto la leadership non è mai posa, ma responsabilità concreta: ascoltare, decidere, esporsi, sapere che ogni scelta ha un costo.

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