Manager e imprenditori, il patto per rilanciare crescita, produttività e fiducia
Il richiamo di Marco Ballarè, presidente di Manageritalia, a un patto più forte tra manager e imprenditori si inserisce in una fase nella quale il sistema produttivo italiano deve affrontare contemporaneamente bassa crescita, trasformazione tecnologica, tensioni internazionali, difficoltà nel reperimento delle competenze e necessità di rafforzare la produttività. Il messaggio è chiaro: il Paese non può limitarsi a gestire le emergenze, né può difendere l’esistente come se il contesto globale fosse rimasto immobile. Serve una scelta più netta a favore dello sviluppo, fondata su investimenti, innovazione, organizzazione, apertura ai mercati e capacità di generare valore aggiunto.
Il tema centrale è il rapporto tra impresa e management. In un’economia sempre più complessa, la crescita non dipende soltanto dalla disponibilità di capitale o dalla qualità dei prodotti, ma dalla capacità di organizzare persone, tecnologie, processi e strategie in modo coerente. Gli imprenditori portano visione, rischio, radicamento territoriale e capacità di iniziativa; i manager aggiungono competenze organizzative, lettura dei mercati, governo della complessità e strumenti per trasformare le idee in risultati misurabili. Il patto evocato da Ballarè riguarda proprio questa complementarità, che diventa decisiva quando le imprese devono innovare, internazionalizzarsi, attrarre talenti e affrontare transizioni industriali sempre più rapide.
La questione della produttività resta uno dei nodi storici dell’economia italiana. Da anni il Paese cresce meno di altri partner europei e fatica a trasformare il proprio potenziale industriale in un aumento stabile di redditi, salari e investimenti. La produttività non è però un dato astratto: dipende dalla qualità del lavoro, dalla formazione, dalla digitalizzazione, dalla capacità di adottare nuove tecnologie, dalla dimensione delle imprese, dall’efficienza della pubblica amministrazione e dalla solidità delle infrastrutture materiali e immateriali. In questo quadro il management può svolgere una funzione essenziale, perché consente alle aziende di superare modelli organizzativi troppo familiari, frammentati o legati a logiche di breve periodo.
Il terziario avanzato, richiamato con forza da Manageritalia, rappresenta uno degli ambiti più sottovalutati nel dibattito pubblico. Servizi professionali, consulenza, logistica, turismo evoluto, commercio moderno, digitale, finanza, welfare aziendale e competenze manageriali costituiscono una parte rilevante della capacità competitiva del Paese. Continuare a leggere l’economia italiana soltanto attraverso la lente della manifattura rischia di oscurare il peso crescente dei servizi ad alto valore aggiunto, che sono ormai indispensabili anche per rendere più competitiva la stessa industria. La fabbrica contemporanea non vive senza dati, progettazione, reti commerciali, piattaforme digitali, marketing internazionale e gestione qualificata delle risorse umane.
Il patto tra manager e imprenditori implica anche una nuova cultura della fiducia. Molte imprese italiane sono ancora caratterizzate da una struttura proprietaria concentrata, nella quale l’ingresso di figure manageriali esterne viene talvolta percepito come una perdita di controllo. Questo atteggiamento può frenare la crescita dimensionale e limitare l’accesso a competenze necessarie per competere su mercati più ampi. Aprire la governance, valorizzare il merito, introdurre sistemi decisionali più strutturati e investire nella qualità della direzione aziendale non significa indebolire l’imprenditore, ma rafforzare l’impresa e renderla meno dipendente da intuizioni individuali.
Un altro passaggio decisivo riguarda il capitale umano. L’Italia affronta un problema crescente di competenze, aggravato dall’invecchiamento demografico, dalla fuga di giovani qualificati e dalla difficoltà di allineare percorsi formativi e bisogni delle imprese. Il ruolo dei manager diventa centrale nella costruzione di ambienti di lavoro capaci di attrarre e trattenere professionalità, valorizzare i giovani, promuovere percorsi di crescita e integrare nuove generazioni all’interno delle organizzazioni. Senza una gestione evoluta delle persone, anche gli investimenti tecnologici rischiano di produrre risultati inferiori alle attese.
La trasformazione digitale amplifica questa esigenza. Intelligenza artificiale, automazione, analisi dei dati e nuove piattaforme operative stanno modificando processi produttivi, modelli commerciali e professioni. Le imprese che non dispongono di competenze manageriali adeguate rischiano di adottare le tecnologie in modo episodico, senza inserirle in una strategia complessiva. Il salto di qualità richiesto non consiste semplicemente nell’acquistare nuovi strumenti, ma nel ripensare organizzazione, formazione, modelli decisionali e relazioni con clienti e fornitori.
Il richiamo alla crescita assume inoltre una valenza politica e sociale. Un’economia che non cresce abbastanza fatica a sostenere salari più elevati, welfare, investimenti pubblici, transizione energetica e coesione territoriale. La debolezza della produttività si riflette direttamente sulla qualità del lavoro e sulla capacità delle famiglie di guardare al futuro con maggiore sicurezza. Per questo il confronto tra manager e imprenditori non riguarda soltanto le imprese, ma l’intero equilibrio del Paese.
Il sistema produttivo italiano dispone di punti di forza evidenti: manifattura specializzata, distretti industriali, capacità esportatrice, creatività, flessibilità e forte radicamento territoriale. Tuttavia questi elementi non bastano più se non vengono accompagnati da organizzazioni più solide, governance più aperte, investimenti continuativi e maggiore capacità di fare rete. La competizione globale premia le imprese capaci di crescere in dimensione, innovare rapidamente, presidiare mercati internazionali e costruire filiere resilienti.
Il patto proposto da Ballarè si colloca quindi in una prospettiva industriale più ampia, nella quale la crescita non viene affidata soltanto agli incentivi pubblici o alla congiuntura favorevole, ma alla qualità delle scelte organizzative e strategiche. Manager e imprenditori possono diventare insieme il motore di una nuova stagione di sviluppo, a condizione che il rapporto tra proprietà, competenza e responsabilità venga interpretato come una leva per aumentare la competitività e non come un terreno di contrapposizione. La sfida riguarda la capacità di trasformare il capitale imprenditoriale italiano in imprese più forti, più strutturate, più innovative e più preparate ad affrontare mercati nei quali velocità, competenze e visione internazionale pesano quanto il prodotto.





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