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La Corte Costituzionale boccia il tetto di sei mensilità per i licenziamenti nelle piccole imprese: una svolta nei diritti dei lavoratori

Con una sentenza destinata ad avere effetti rilevanti sulla disciplina dei licenziamenti nelle piccole imprese, la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità del limite massimo di sei mensilità previsto per l’indennizzo spettante ai lavoratori licenziati in modo ingiustificato nelle aziende con meno di quindici dipendenti. La norma, introdotta dal decreto legislativo 23/2015 nell’ambito del Jobs Act, aveva stabilito un meccanismo rigido per il calcolo delle indennità spettanti in caso di licenziamento illegittimo, fissando un tetto massimo a prescindere dalle circostanze individuali.


La Corte ha ritenuto che tale rigidità violi i principi costituzionali di adeguatezza, uguaglianza e tutela effettiva del lavoratore sanciti dall’articolo 3 e dall’articolo 24 della Costituzione. In particolare, la Consulta ha sottolineato come l’automatismo del sistema, che non consente al giudice di valutare elementi concreti come la gravità della condotta del datore di lavoro, l’anzianità del dipendente, le condizioni economiche del lavoratore o dell’azienda, comporti un’indennità non sempre proporzionata al danno subito.


Il meccanismo previsto dal Jobs Act assegnava al lavoratore licenziato in un’azienda sotto la soglia dei 15 dipendenti un’indennità compresa tra le due e le sei mensilità, con un aumento progressivo basato sull’anzianità di servizio. Questa impostazione si differenziava da quella valida per le imprese più grandi, nelle quali la soglia massima poteva raggiungere fino a 24 mensilità. La logica alla base del doppio regime era quella di garantire un trattamento meno oneroso per le piccole realtà imprenditoriali. Tuttavia, la Corte ha stabilito che non è giustificabile una simile disparità quando l’indennizzo diventa meramente simbolico e non tiene conto delle esigenze di effettiva riparazione del danno.


Secondo la sentenza, per garantire un’effettiva tutela giurisdizionale del lavoratore, è necessario che l’indennità sia proporzionata e personalizzabile, in modo da rispondere alla specificità di ciascun caso. L’impossibilità per il giudice di discostarsi da un range predeterminato e molto stretto ha prodotto nella pratica decisioni talvolta ingiuste e prive di reale effetto deterrente nei confronti delle imprese. Un’indennità troppo bassa, infatti, rischia di incentivare comportamenti illegittimi da parte dei datori di lavoro, i quali possono scegliere di violare le regole contando su un costo minimo in caso di contenzioso.


La questione era stata sollevata dal Tribunale di Ravenna, che aveva rimesso gli atti alla Consulta ritenendo non conforme ai principi costituzionali il meccanismo del decreto legislativo 23/2015 nella parte in cui non consentiva alcuna valutazione discrezionale del giudice. Il giudice a quo evidenziava in particolare l’irragionevolezza del criterio esclusivo dell’anzianità, sottolineando come l’equità debba necessariamente tener conto anche della posizione sociale del lavoratore e delle conseguenze del licenziamento sulla sua vita.


La decisione della Consulta arriva a distanza di un anno dal referendum promosso dalla CGIL proprio su alcuni aspetti del Jobs Act, tra cui la possibilità di rivedere le tutele nei casi di licenziamento illegittimo. Il quesito referendario, poi dichiarato inammissibile dalla stessa Corte, puntava anche a ripristinare una più ampia possibilità di reintegra nel posto di lavoro. Anche se non direttamente collegata a quell’iniziativa, la sentenza di oggi si inserisce nel solco di un dibattito più ampio sulla necessità di ribilanciare i rapporti tra impresa e lavoratore in un contesto economico mutato, segnato dalla precarietà crescente e dal rafforzarsi del potere contrattuale delle imprese.


L’impatto della decisione sarà immediato per tutti i procedimenti in corso e per quelli futuri. I giudici del lavoro potranno ora disapplicare il tetto rigido delle sei mensilità e determinare l’indennità secondo criteri più equi e aderenti alle specifiche situazioni. Tuttavia, la Corte ha anche chiarito che spetta al legislatore ridefinire organicamente la disciplina, introducendo un sistema che consenta al giudice una valutazione complessiva basata su parametri oggettivi e certi.


La sentenza potrebbe avere effetti indiretti anche sull’equilibrio interno al mercato del lavoro, rendendo più rischioso per le imprese il ricorso al licenziamento nelle piccole realtà, con potenziali riflessi anche sulle scelte di assunzione. Resta però evidente che l’obiettivo della Corte non è quello di scoraggiare l’imprenditorialità, quanto piuttosto di ristabilire un principio di equità sostanziale che protegga effettivamente il lavoratore nei casi di abuso.


A livello sindacale, la sentenza è stata accolta con grande favore. La CGIL ha parlato di “una vittoria del diritto e della dignità del lavoro”, mentre la CISL ha sottolineato la necessità di avviare un tavolo con il governo per rivedere l’intero impianto del Jobs Act. Anche le organizzazioni dei giuslavoristi hanno espresso soddisfazione, definendo la pronuncia “una svolta di civiltà giuridica” che consente di rafforzare la funzione deterrente delle norme in materia di licenziamento.


Sul fronte politico, i partiti di opposizione hanno colto l’occasione per rilanciare la richiesta di una riforma complessiva del diritto del lavoro. Il Partito Democratico ha auspicato un intervento legislativo che superi il sistema duale creato dal Jobs Act, mentre il Movimento 5 Stelle ha chiesto il ripristino della reintegra nei casi più gravi. Fratelli d’Italia e Lega, pur criticando la rigidità del Jobs Act, hanno invitato a mantenere un equilibrio tra flessibilità e protezione sociale, evitando interventi punitivi nei confronti delle piccole imprese.


In attesa che il Parlamento metta mano alla normativa, la decisione della Corte Costituzionale rappresenta un passaggio cruciale nel ridisegno delle tutele per i lavoratori licenziati, aprendo la strada a un sistema più equo, calibrato e rispettoso delle situazioni concrete. Un cambiamento di prospettiva che restituisce centralità alla persona del lavoratore, superando la logica dell’indennizzo automatico e predeterminato come unica risposta all’illegittimità di un licenziamento.

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