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Dieci anni sulla rotta balcanica: memoria, confini e voci in viaggio

  • Immagine del redattore: Luca Baj
    Luca Baj
  • 7 set 2025
  • Tempo di lettura: 4 min

Il 20 agosto 2015, allora Macedonia e oggi Macedonia del Nord, proclamava lo stato d’emergenza lungo il confine con la Grecia, travolta dal passaggio di migliaia di persone in marcia verso l’Europa occidentale. Dopo giorni di scontri e respingimenti, decise di aprire il varco a decine di migliaia di profughi. Quell’atto fotografò l’inizio di una stagione che avrebbe ridisegnato la geografia politica dei confini europei.

Pochi giorni dopo, il 2 settembre, la foto del corpo del piccolo Alan Kurdi sulla spiaggia turca squarciò il velo dell’assuefazione mediatica. Per un istante, la rotta dei Balcani e il Mediterraneo orientale entrarono nelle case, nei talk, nelle aule parlamentari. L’impatto emotivo fu enorme eppure effimero: mentre l’opinione pubblica oscillava tra empatia e paura, i valichi cominciavano a richiudersi, si moltiplicavano filtri, quote, liste di “passaporti accettabili”.

Dieci anni dopo, la rotta balcanica non è scomparsa, si è sotterrata. È la stessa spina dorsale, con nervi diversi: dal confine greco-macedone alle foreste bosniache, dal Carso triestino alle Alpi tra Italia e Francia. Qui, tra Claviere e Monginevro, famiglie con bambini tentano il passo notturno a 2000 metri, spesso in inverno, assistite da reti informali e soccorritori, mentre i controlli di frontiera riportano indietro gruppi interi senza un’istruttoria individuale. Una scena che si ripete da anni e che racconta la discreta crudeltà della burocrazia dei confini.

La Bosnia ha visto sorgere e spegnersi campi come Lipa, divenuti simbolo di un’Europa che esternalizza la frontiera e poi fatica a garantirne standard minimi. Nell’Egeo, strutture “a controllo chiuso” su Samos e Lesbo, presentate come moderne, hanno introdotto una nuova normalità: accessi filtrati, sorveglianza, tecnologie di tracciamento, tempi amministrativi dilatati dentro un’ambiguità fra accoglienza e detenzione. Un lessico tecnico che, dietro le parole, impila vite in attesa.

A Mantova, al Festivaletteratura 2025, questa mappa di ferite e resistenze diventa racconto in presa diretta. Nell’incontro “La rotta balcanica” Christian Elia e Maurizio Pagliassotti riportano in superficie dieci anni di sopralluoghi, notti al confine, archivi di voci e corpi. Lo fanno nel formato agile di Accenti, sabato 6 alle 16:00 alla Tenda Sordello in Piazza Sordello, con ingresso libero e diretta streaming. Non numeri, non retorica: la materia viva di una rotta che continua, sotterranea e pericolosa.

Il cuore della loro proposta è una domanda scomoda: come si racconta l’ingiustizia senza trasformarla in routine narrativa. La cronaca documenta, denuncia, fotografa. Ma il dispositivo mediatico, spesso, assorbe l’urto e lo restituisce attenuato, come se la ripetizione rendesse accettabile l’inaccettabile. Da qui la scelta di decostruire le nostre abitudini di sguardo: meno “emergenza”, più processi; meno “flussi”, più progetti di vita; meno delega, più autorappresentazione di chi attraversa i confini.

In questo decennio, i reporter hanno imparato che il racconto migliore nasce quando la voce passa di mano. La ragazza siriana che filma il “game” nei boschi, il padre afghano che registra audio di posizione per la famiglia, il mediatore che annota su un telefono gli abusi incontrati lungo il fiume: sono loro a rendere verificabile l’oggi e a disinnescare l’uso politico della pietà. Il giornalismo torna allora al suo mestiere antico: cucire le fonti, dare contesto, rendere comparabili le esperienze, proteggere i testimoni.

Lo spostamento dei confini non è solo geografico. È nei regolamenti che si moltiplicano, nelle tecnicalità che occultano scelte politiche, negli appalti che costruiscono campi sempre più lontani dagli sguardi. È nelle “zone cuscinetto” dove la responsabilità si fa opaca. È nelle nostre città, dove l’ordinario della precarietà lavora silenziosamente, e un lavoro in nero o un affitto senza contratto decidono il destino di un procedimento d’asilo più di molti trattati.

Il Festival quest’anno dichiara la volontà di tenere le piazze aperte al confronto, chiamando scrittrici e scrittori dai territori attraversati da guerre e sommovimenti silenziosi. Mantova, dal 3 al 7 settembre, mette in cartellone oltre duecento appuntamenti e più di trecento ospiti, intrecciando letteratura, attualità e diritti. In questo ordito, il tema migrazioni non è una sezione a parte ma una trama che si incrocia con il racconto del lavoro, della frontiera climatica, della cittadinanza.

Non è un caso che Christian Elia sia anche il coordinatore di Meglio di un romanzo, laboratorio del Festival dedicato al giornalismo narrativo under 30. La rotta balcanica entra così in un ecosistema di pratiche: non solo palchi e dibattiti, ma botteghe di scrittura, podcast, videoracconti, dove le storie trovano forme nuove e chi le vive può, finalmente, firmarle. Il giornalismo torna a essere apprendistato collettivo, capace di contaminare linguaggi e pubblici.

Che cosa resta, allora, di questo decennio. Restano tombe senza nome lungo i confini, ma anche cerimonie di comunità che si oppongono all’oblio. Restano mappe con zone d’ombra e archivi digitali che fanno luce. Restano gli inverni sulle Alpi e le estati nelle pianure di raccolta, i campi che si accendono e si spengono, le città d’arrivo dove un contratto di lavoro vale come un visto. Restano soprattutto le voci: quelle che, a Mantova, chiedono di essere ascoltate per quello che sono, non per la funzione che diamo loro nel nostro discorso.

Il racconto dei confini non finisce con una morale. Sta nella pazienza di tenere insieme le cose: le date che ci hanno cambiato, le scelte amministrative che hanno spostato i limiti del possibile, i gesti minimi di chi apre una porta o indica un sentiero nella neve. Sta nella capacità di una città-festival di farsi officina pubblica, perché dieci anni non diventino una riga di cronaca ma una coscienza condivisa.

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