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Cento anni dalla nascita di Camilleri

  • Immagine del redattore: Luca Baj
    Luca Baj
  • 7 set 2025
  • Tempo di lettura: 4 min

C’era in Andrea Camilleri un rispetto quasi filiale per chi lo leggeva: un patto fondato sull’ascolto, che nei momenti in cui sceglieva di “mettersi a nudo” diventava dichiarazione programmatica. È da quel patto che riparte “Il nostro Camilleri”, l’appuntamento di Festivaletteratura in cui tre lettori eccellenti – Luca Crovi, Carlo Lucarelli e Lella Costa – rievocano lo scrittore a partire dai memorabilia custoditi nell’archivio del Festival: biglietti, foto, appunti che restituiscono il gesto vivo della voce e il suo modo di giocare con la lingua, tra ironia e tenerezza. L’incontro rientra nel calendario del Centenario Camilleri (1925–2025) promosso dal Fondo Andrea Camilleri e dal Comitato nazionale Camilleri 100, ed è costruito come una ricomposizione affettiva e critica del mito, più che come la solita “celebrazione”.

Crovi arriva forte di un lavoro di scavo appena ultimato con la famiglia: la biografia Andrea Camilleri. Una storia, che attraversa l’infanzia agrigentina, la formazione radiofonica e teatrale, la lunga pazienza dell’esordio tardivo e l’esplosione popolare del commissario Montalbano. L’autore milanese ha imposto alla materia una qualità narrativa che è tutt’altro che agiografica: la parabola di Camilleri diventa così il racconto di un artigiano della voce, capace di far collidere il registro alto della tradizione con la concretezza dell’oralità, fino a reinventare un italiano “impastato” di dialetto che è stile, ritmo, musica.

Lucarelli, complice di molte avventure letterarie, porta in dote la memoria di Acqua in bocca, il giallo epistolare scritto a quattro mani con Camilleri in cui Grazia Negro e Salvo Montalbano s’incrociano senza toccarsi davvero: un gioco di buste, allegati, verbali che rivela quanto Camilleri fosse a suo agio nelle regole del genere e, contemporaneamente, nel piacere di smontarle. Quel romanzo, nato come scherzo serio tra amici di penna, oggi suona come un manifesto di libertà: le identità sono porose, le procedure si piegano alla scena, la trama si nutre di dettagli minimi – esattamente come nella migliore tradizione camilleriana.

In mezzo, Lella Costa riannoda il filo di un incontro che appartiene all’iconografia del Festival: la conversazione del 1998, entrata negli annali per grazia e brio, quando Camilleri era all’inizio del suo abbraccio con il grande pubblico. Rivedere e riascoltare quei materiali – custoditi nell’Archivio di Festivaletteratura – non è un esercizio di nostalgia, ma un atto critico: si vede come lo scrittore regolasse il tempo della voce, come accompagnasse il lettore dentro il racconto e, insieme, lo rendesse coautore. È la prova che il “Camilleri performer” non è accessorio del “Camilleri scrittore”, ma uno dei suoi presupposti più fertili.

La cornice conta. Mantova ospita la 29ª edizione di Festivaletteratura dal 3 al 7 settembre 2025, con oltre 300 ospiti e un programma che orienta lo sguardo verso i territori segnati dai conflitti, senza rinunciare al gusto delle storie. Dentro questo palinsesto, il ricordo di Camilleri non è un’isola separata ma un approdo naturale: la sua opera ha sempre parlato del presente – del potere e delle sue ombre, del lavoro e dei corpi, della commedia umana che chiamiamo giustizia.

Il progetto curato per il Centenario, del resto, riflette l’idea di Camilleri come “autore collettivo”: i memorabilia non servono a fissare una reliquia, bensì a mostrare il laboratorio. Bozze annotate, scalette radiofoniche, cronache di set televisivi e pagine di diario rivelano l’ostinazione di chi ha sempre pensato la letteratura come un’arte del tempo e del ritmo. La lingua – quella “carta vetrata” che scartavetra l’italiano standard – nasce da una fedeltà doppia: all’orecchio e alla vita. E in Festivaletteratura, che ha fatto dell’oralità una pratica editoriale (podcast, registrazioni, dossier, progetti di archivio aperto), questa fedeltà trova casa e strumenti.

C’è poi un’altra ragione per cui Mantova è il luogo giusto. Qui le conversazioni non finiscono mai quando chiudono i microfoni: si prolungano sotto i portici, nei cortili, in fila ai biglietti. È lo stesso respiro che Camilleri rivendicava quando parlava di “riverenza per il lettore”: una forma di responsabilità pubblica, quasi civica. Crovi la insegue nella trama biografica; Lucarelli la incrocia nella dimensione ludica e investigativa; Costa la restituisce nella sua componente teatrale, quel saper “tenere il palco” che da solo spiega più di mille teorie sulla fortuna del commissario di Vigàta.

A dieci anni dalla scomparsa, l’autore siciliano continua a funzionare come una grammatica sentimentale della contemporaneità. Il suo lessico – parole inventate, modi di dire, torsioni fonetiche – è diventato patrimonio comune; ma lo è anche il suo modo di guardare: curioso, affettuosamente inflessibile, allergico alla retorica. In questo senso “Il nostro Camilleri” non chiude un centenario, lo apre: consegna ai lettori di oggi non un monumento, ma un cantiere ancora pieno di attrezzi, dove imparare a dare del “tu” alle storie e, con loro, al mondo.

Mantova, quest’anno, è il luogo in cui quella lezione torna a circolare tra piazze e teatri. E mentre il Festival moltiplica incontri e sguardi – dagli scrittori dei fronti di guerra a voci della narrativa internazionale – Camilleri rientra nel suo destino più naturale: essere letto, ascoltato, discusso. Come sempre, insieme.

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