Corte penale internazionale, rimosso Karim Khan: crisi senza precedenti ai vertici dell’accusa
- piscitellidaniel
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La Corte penale internazionale affronta una delle crisi più gravi dalla sua nascita dopo la rimozione del procuratore capo Karim Khan, decisa dagli Stati parte riuniti in sessione speciale a New York. La misura, senza precedenti nella storia dell’istituzione, è arrivata al termine di un procedimento disciplinare legato ad accuse di condotta sessuale impropria e abuso di autorità, sempre respinte dal magistrato britannico. A favore della destituzione hanno votato 82 dei 125 Paesi membri, una maggioranza sufficiente a interrompere anticipatamente il mandato iniziato nel giugno 2021 e destinato, in origine, a durare nove anni. La decisione segna un passaggio delicato per un organismo già sottoposto a fortissime pressioni diplomatiche e chiamato a dimostrare che i propri vertici sono soggetti agli stessi standard di responsabilità che la Corte rivendica nei confronti degli Stati e degli imputati.
Il caso era esploso dopo la denuncia di una collaboratrice dell’ufficio del procuratore, che aveva riferito episodi di comportamento coercitivo e rapporti non consensuali avvenuti nell’ambito professionale. Khan ha negato ogni illecito, sostenendo che le accuse fossero infondate e che il procedimento fosse stato condotto senza adeguate garanzie. I suoi legali hanno contestato la correttezza dell’istruttoria, denunciando contraddizioni nelle testimonianze e un uso improprio del materiale raccolto. Le verifiche interne e l’indagine affidata all’ufficio di controllo delle Nazioni Unite avevano prodotto valutazioni non perfettamente coincidenti: un gruppo di esperti aveva ritenuto insufficiente il quadro probatorio per affermare una responsabilità secondo uno standard di tipo penale, mentre gli organi disciplinari della Corte avevano considerato gli elementi abbastanza seri da giustificare la sospensione e il rinvio della questione all’Assemblea degli Stati parte.
Khan si trovava in congedo dal maggio 2025 e, dall’8 giugno 2026, era formalmente sospeso dalle funzioni in attesa della decisione definitiva. Nel frattempo la guida operativa dell’ufficio era stata garantita dai procuratori aggiunti, chiamati a mantenere attive indagini che riguardano alcuni dei conflitti e delle crisi più sensibili del pianeta. La rimozione apre ora il problema della successione e della continuità amministrativa, perché il procuratore della Corte dispone di un’ampia autonomia nella selezione dei casi, nella richiesta dei mandati di arresto e nella definizione delle priorità investigative. Gli Stati membri dovranno individuare una figura capace di ricostruire la fiducia interna, difendere l’indipendenza dell’accusa e gestire un portafoglio di procedimenti segnato da forti divisioni geopolitiche.
La vicenda personale di Khan si intreccia infatti con dossier di enorme rilevanza internazionale. Durante il suo mandato l’ufficio del procuratore ha portato avanti le indagini sui crimini commessi in Ucraina, nella Striscia di Gaza, in Afghanistan, nelle Filippine e in diversi Paesi africani. Particolare attenzione aveva suscitato la richiesta di mandati di arresto nei confronti del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e dell’ex ministro della Difesa Yoav Gallant, successivamente emessi dai giudici della Corte. Quelle iniziative avevano provocato la dura reazione di Israele e degli Stati Uniti, che non aderiscono allo Statuto di Roma e contestano la giurisdizione della Corte. Washington ha inoltre adottato sanzioni contro funzionari dell’istituzione, alimentando il timore che le controversie disciplinari possano essere interpretate, o utilizzate, anche nella più ampia battaglia politica contro l’azione della giustizia penale internazionale.
La destituzione non annulla gli atti compiuti dall’ufficio del procuratore e non modifica automaticamente i mandati o i procedimenti già autorizzati dai giudici. L’architettura della Corte separa infatti il ruolo dell’accusa da quello delle camere giudicanti, mentre le decisioni sui singoli casi restano sottoposte alle regole dello Statuto di Roma. Il problema principale riguarda piuttosto la credibilità dell’istituzione, che deve tutelare le persone coinvolte, garantire procedure eque anche nei confronti dei propri dirigenti e impedire che le accuse di condotta impropria compromettano il lavoro di centinaia di investigatori, giuristi e analisti. La scelta degli Stati parte punta a riaffermare un principio di responsabilità interna, ma espone la Corte a nuove contestazioni da parte di chi vede nella rimozione la prova di una crisi strutturale o di un’eccessiva vulnerabilità alle pressioni politiche.


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