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Bce e Federal Reserve, torna la pressione sui tassi: l’inflazione riapre la strada a nuovi rialzi

La lotta all’inflazione torna a mettere al centro la possibilità di nuovi rialzi dei tassi di interesse sia nell’Eurozona sia negli Stati Uniti. Dalle minute della riunione di politica monetaria della Banca centrale europea del 22 e 23 luglio 2026, pubblicate il 27 agosto, emerge infatti che, pur mantenendo un approccio strettamente dipendente dall’andamento dei dati economici, un ulteriore aumento del costo del denaro potrebbe rendersi necessario qualora le prospettive sull’inflazione non mostrassero un miglioramento significativo. Nella riunione di luglio il Consiglio direttivo della Bce ha deciso all’unanimità di lasciare invariati i tre principali tassi di interesse, dopo l’aumento deciso a giugno, ma il confronto tra i membri ha evidenziato come il ciclo di restrizione monetaria non possa essere considerato necessariamente concluso. Alcuni esponenti del Consiglio non si sarebbero infatti opposti a un nuovo rialzo già nella riunione di luglio, ritenendo che le pressioni sui prezzi e i rischi legati allo scenario internazionale continuino a richiedere particolare attenzione. A preoccupare Francoforte è soprattutto l’evoluzione dei prezzi dell’energia dopo l’inizio del conflitto in Medio Oriente. Secondo la Bce, l’aumento delle materie prime energetiche e la successiva trasmissione dei maggiori costi ai prezzi di alimentari, beni e servizi potrebbero mantenere l’inflazione dell’area euro nettamente al di sopra dell’obiettivo del 2% durante la prima metà del 2027. L’inflazione era scesa al 2,8% a giugno, dal 3,2% di maggio, ma la Banca centrale ritiene che gli effetti complessivi dello shock energetico non si siano ancora pienamente manifestati. Restano inoltre rischi al rialzo legati alla situazione geopolitica, alle possibili nuove interruzioni delle forniture energetiche e ai livelli dei prezzi del gas. Proprio per questo la Bce intende continuare a decidere riunione dopo riunione, valutando l’andamento dell’inflazione, i nuovi dati economici e finanziari, le dinamiche dei prezzi di fondo e l’efficacia della trasmissione della politica monetaria. Le minute precisano che l’approccio dipendente dai dati non significa rinunciare a indicare una direzione: un altro rialzo dei tassi sarebbe probabilmente necessario qualora le prospettive sull’inflazione non migliorassero in maniera significativa, pur senza assumere anticipatamente un impegno su un aumento già nella prossima riunione. Una linea restrittiva che trova riscontro anche negli Stati Uniti, dove all’interno della Federal Reserve si è rafforzato il fronte favorevole a un intervento contro un’inflazione ancora superiore all’obiettivo del 2%. Tra le voci più decise figura la presidente della Federal Reserve Bank di Cleveland, Beth Hammack, secondo la quale è arrivato il momento di agire sui tassi per riportare stabilmente l’inflazione verso il target della banca centrale. Hammack ritiene infatti che l’attuale politica monetaria non eserciti ancora una restrizione sufficientemente significativa sull’economia e che attendere troppo possa rendere più difficile e costoso il ritorno della crescita dei prezzi verso il 2%. La presidente della Fed di Cleveland aveva già manifestato concretamente questa posizione nella riunione del Federal Open Market Committee del 28 e 29 luglio, quando aveva votato a favore di un aumento dei tassi di 25 punti base. Con lei si erano schierati Lorie Logan, presidente della Federal Reserve Bank di Dallas, e Neel Kashkari, presidente della Federal Reserve Bank di Minneapolis. I tre si erano opposti alla decisione della maggioranza del FOMC di mantenere il tasso sui federal funds nell’intervallo compreso tra il 3,50% e il 3,75%. Il quadro che emerge sulle due sponde dell’Atlantico mostra quindi banche centrali nuovamente alle prese con il rischio che le pressioni inflazionistiche si dimostrino più persistenti del previsto. Nell’Eurozona l’attenzione è concentrata soprattutto sulle conseguenze dello shock energetico e del conflitto in Medio Oriente, mentre negli Stati Uniti diversi esponenti della Fed ritengono che le condizioni economiche e finanziarie non siano ancora sufficientemente restrittive. Bce e Federal Reserve continueranno dunque a monitorare attentamente i prossimi indicatori, ma il messaggio che emerge dalle più recenti indicazioni di politica monetaria è chiaro: se l’inflazione non mostrerà segnali convincenti di rientro verso l’obiettivo del 2%, la prospettiva di nuovi aumenti dei tassi di interesse resterà concretamente sul tavolo.

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