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Trump torna all’attacco della Fed: «Tagli i tassi o stop agli scambi con i Paesi in surplus con gli Usa»

Donald Trump alza ulteriormente la pressione sulla Federal Reserve, legando questa volta la politica monetaria americana direttamente ai rapporti commerciali internazionali. Il presidente degli Stati Uniti ha chiesto alla banca centrale di ridurre i tassi di interesse, sostenendo che un Paese economicamente forte come gli Stati Uniti dovrebbe beneficiare del costo del denaro più basso al mondo. In caso contrario, Trump ha minacciato di interrompere gli scambi con i Paesi nei confronti dei quali Washington registra un deficit commerciale. Una dichiarazione che intreccia due dei principali fronti della politica economica della Casa Bianca: il tentativo di condizionare le decisioni della Fed e l'utilizzo del commercio internazionale come strumento negoziale.


La nuova offensiva arriva proprio mentre i dati sull'occupazione americana sembrano offrire alla banca centrale argomenti per mantenere una linea prudente, se non addirittura più restrittiva. Ad agosto l'economia statunitense ha creato 162 mila nuovi posti di lavoro, contro attese degli analisti vicine alle 55-56 mila unità. Anche il dato di luglio è stato rivisto sensibilmente al rialzo: dalla perdita inizialmente stimata di 23 mila occupati si è passati a una crescita di 21 mila. Il tasso di disoccupazione è rimasto stabile al 4,1%. Numeri che indicano una notevole capacità di tenuta del mercato del lavoro e che hanno immediatamente ridotto, agli occhi degli operatori, la necessità di stimolare l'economia attraverso una riduzione del costo del denaro.


Il paradosso è proprio questo: mentre Trump reclama tassi più bassi, i mercati hanno aumentato le probabilità attribuite a un possibile rialzo dei tassi nella riunione della Fed del 15 e 16 settembre. Nella precedente riunione di luglio, la banca centrale aveva lasciato il riferimento sui federal funds invariato nell'intervallo compreso tra il 3,50% e il 3,75%. Il presidente della Fed Kevin Warsh, subentrato a Jerome Powell nel maggio scorso, ha inoltre mantenuto un'impostazione prudente, sottolineando la solidità dell'attività economica e del mercato del lavoro e la necessità di continuare a contrastare un'inflazione ancora troppo elevata. I prossimi dati sui prezzi saranno quindi determinanti per orientare la decisione di settembre.


Lo scontro assume una particolare rilevanza istituzionale perché riporta al centro il tema dell'indipendenza della Federal Reserve. Trump ha invitato il board della banca centrale a comportarsi in maniera “patriottica”, sostenendo che tassi elevati pongano gli Stati Uniti in una posizione ingiustamente svantaggiata. Ma la politica monetaria americana è affidata al Federal Open Market Committee, che deve prendere le proprie decisioni sulla base dell'andamento dell'inflazione, dell'occupazione e dell'economia, senza dipendere dalle indicazioni della Casa Bianca. Un intervento sui tassi determinato direttamente dalla pressione politica rischierebbe di indebolire la credibilità dell'istituzione proprio mentre i mercati cercano garanzie sulla capacità della Fed di mantenere sotto controllo i prezzi.


Ancora più complessa è la minaccia di utilizzare il commercio internazionale come leva per ottenere un allentamento monetario. Trump sostiene di poter bloccare gli scambi con i Paesi che accumulano surplus commerciali nei confronti degli Stati Uniti, richiamandosi ai poteri riconosciuti al presidente nell'ambito della legislazione sulle emergenze economiche. La questione è però giuridicamente controversa. La Corte Suprema, con una decisione del 20 febbraio 2026 adottata con sei voti contro tre, ha stabilito che l'International Emergency Economic Powers Act non attribuisce al presidente un potere generale di imporre unilateralmente dazi, competenza che la Costituzione assegna al Congresso.


La stessa normativa consente alla presidenza, in presenza di una minaccia estera “inusuale e straordinaria” e dopo la dichiarazione di un'emergenza nazionale, di limitare determinate importazioni, esportazioni o transazioni. Questo non equivale però a riconoscere un potere illimitato di sospendere gli scambi commerciali con qualsiasi Paese presenti un avanzo nei rapporti con gli Stati Uniti. Un eventuale tentativo di applicare concretamente la minaccia potrebbe quindi aprire un nuovo scontro giudiziario e creare forti conseguenze economiche. Interrompere o limitare le importazioni significherebbe infatti colpire non soltanto i partner commerciali, ma anche le imprese americane dipendenti da componenti e materie prime straniere e i consumatori, esposti al rischio di prezzi più elevati.


La pressione esercitata da Trump mette così in relazione tassi, inflazione, commercio e poteri presidenziali in una fase particolarmente delicata per l'economia americana. La solidità dell'occupazione rende più difficile giustificare una rapida riduzione dei tassi, mentre eventuali nuove restrizioni commerciali potrebbero alimentare proprio quelle pressioni sui prezzi che la Fed cerca di contenere. L'attenzione si sposta ora sui prossimi dati sull'inflazione e sulla riunione di settembre, mentre il confronto tra Casa Bianca e banca centrale assume una dimensione sempre più ampia e potenzialmente decisiva per i mercati finanziari internazionali.

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