top of page

Utility, 33 miliardi l’anno per il dopo Pnrr: investimenti privati per rilanciare crescita e competitività

Con la conclusione del Pnrr, l’Italia entra in una fase decisiva per la continuità degli investimenti. Dopo la spinta straordinaria garantita dalle risorse europee, il problema diventa individuare capitali capaci di sostenere modernizzazione, transizione energetica e infrastrutture senza aumentare il debito pubblico. Una risposta può arrivare dal settore Energy & Utility, che secondo lo studio “Investire per competere”, realizzato da TEHA Group in collaborazione con A2A e presentato al Forum di Cernobbio, potrebbe attivare investimenti privati per 315 miliardi di euro entro il 2035 e 825 miliardi entro il 2050. Significa una capacità media nell’ordine dei 33 miliardi di euro all’anno tra il 2026 e il 2050, pari a circa il 9% degli investimenti medi annui realizzati complessivamente in Italia nell’ultimo decennio.


Le risorse individuate riguardano nove grandi aree considerate strategiche per il futuro del Paese: generazione elettrica da fonti rinnovabili e nucleare, sistemi per garantire la flessibilità della rete, infrastrutture elettriche e del gas, data center, teleriscaldamento, ciclo idrico integrato, trattamento e recupero dei rifiuti e produzione di biometano. Non si tratta quindi soltanto di finanziare la decarbonizzazione, ma di costruire infrastrutture indispensabili alla competitività dell’industria italiana. La crescita dei consumi elettrici, la diffusione dei data center, l’elettrificazione dei trasporti e la necessità di rendere più resilienti le reti richiedono infatti una capacità di investimento stabile e programmabile ben oltre l’orizzonte temporale del Pnrr.


Secondo le stime dello studio, l’effetto economico sarebbe molto superiore all’ammontare delle risorse inizialmente mobilitate. Ogni euro investito nel comparto potrebbe generare ricadute dirette, indirette e indotte pari a circa 4,1 volte il capitale impiegato, portando l’impatto complessivo oltre i 3.000 miliardi di euro entro il 2050. La crescita delle filiere industriali collegate potrebbe contribuire per circa il 10% all’incremento medio annuo del Pil reale italiano nell’arco temporale considerato e sostenere fino a 300mila nuovi posti di lavoro diretti. Il settore delle utility assumerebbe così un ruolo che supera la tradizionale gestione dei servizi pubblici, trasformandosi in una delle piattaforme industriali attraverso cui convogliare capitali privati verso investimenti di lungo periodo.


Uno dei risultati più significativi riguarda la sicurezza energetica. L’Italia continua a dipendere fortemente dalle importazioni e resta quindi esposta alle oscillazioni dei prezzi internazionali e alle crisi geopolitiche. Gli investimenti prospettati potrebbero portare il livello di autonomia energetica nazionale dall’attuale 26% al 49% nel 2035, fino a raggiungere l’81% nel 2050. L’espansione della produzione rinnovabile, accompagnata dal rafforzamento delle reti e degli strumenti di flessibilità, potrebbe inoltre ridurre il costo dell’elettricità per le imprese, producendo risparmi cumulati stimati in circa 80 miliardi di euro entro il 2050. Per una famiglia media, l’elettrificazione dei consumi e una maggiore efficienza potrebbero invece tradursi in una riduzione della spesa energetica fino a circa 1.000 euro l’anno.


Il piano avrebbe conseguenze rilevanti anche sul versante ambientale. Le emissioni nazionali di CO2 potrebbero diminuire del 36% entro il 2050, mentre gli investimenti nell’economia circolare permetterebbero di ridurre drasticamente il ricorso alle discariche. Lo studio prospetta la possibilità di azzerare il conferimento dei rifiuti urbani in discarica, oggi pari a circa 4,4 milioni di tonnellate all’anno, generando nel 2050 risparmi superiori a 500 milioni di euro sui costi di smaltimento. Nel settore idrico, l'ammodernamento di reti, fognature e depuratori contribuirebbe invece a superare alcune delle principali carenze infrastrutturali del Paese e potrebbe evitare sanzioni europee fino a 1,5 miliardi di euro nell'arco temporale considerato.


La disponibilità potenziale dei capitali, tuttavia, non garantisce automaticamente la realizzazione degli investimenti. Il nodo riguarda la capacità di creare un contesto nel quale le imprese possano programmare interventi con orizzonti di dieci o vent'anni. Semplificazione delle autorizzazioni, stabilità normativa e regolatoria, tempi certi e strumenti finanziari adeguati diventano condizioni indispensabili per trasformare il potenziale teorico in cantieri. La conclusione del Pnrr sposta così l'attenzione dalla disponibilità di fondi pubblici alla capacità del sistema industriale di mobilitare capitali privati. Per le utility italiane si apre uno spazio di dimensioni considerevoli: energia, acqua, rifiuti e infrastrutture digitali possono diventare non soltanto strumenti della transizione ecologica, ma uno dei principali motori della crescita economica e industriale del Paese nei prossimi venticinque anni.

Post correlati

Mostra tutti

Commenti


Le ultime notizie

bottom of page