Bessent al G20: pressione sulla Cina per riequilibrare il commercio mondiale
- piscitellidaniel
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Gli Stati Uniti portano al centro del G20 il tema degli squilibri commerciali e chiedono alle principali economie mondiali di aumentare la pressione sulla Cina. Il segretario al Tesoro americano Scott Bessent sostiene che il modello di crescita di Pechino, ancora fortemente dipendente dalle esportazioni e dalla capacità produttiva dell'industria, non sia più sostenibile per il resto dell'economia globale. Il punto di partenza è il gigantesco surplus commerciale cinese, nell'ordine di 1.200 miliardi di dollari, che secondo Washington dimostra la necessità di riequilibrare il sistema favorendo una maggiore domanda interna in Cina e riducendo la dipendenza dalle vendite sui mercati esteri.
La posizione americana nasce anche dagli effetti prodotti dalla politica commerciale adottata da Washington. I dazi e le restrizioni introdotti sulle merci cinesi hanno ridotto l'accesso di numerosi prodotti al mercato statunitense, ma una parte di questi flussi si è progressivamente spostata verso altre destinazioni, soprattutto Europa e America Latina. Per Bessent, il rischio è che la capacità produttiva cinese finisca per esercitare una pressione crescente sulle industrie degli altri Paesi, comprimendo prezzi e margini e rendendo più difficile competere per le imprese locali. Da qui l'invito rivolto ai partner del G20 a riesaminare autonomamente le proprie condizioni commerciali con Pechino e a valutare strumenti capaci di contrastare gli squilibri.
Nei primi sei mesi del 2026 il deficit commerciale statunitense con la Cina è sceso a circa 73,9 miliardi di dollari, con una riduzione di circa un terzo rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Per l'amministrazione americana il dato conferma l'efficacia della maggiore protezione del mercato interno, ma contemporaneamente rende più evidente il possibile spostamento dell'eccesso di produzione cinese verso altre economie. Washington punta quindi a trasformare una disputa prevalentemente bilaterale in una questione multilaterale, sostenendo che l'accumulo di surplus così elevati produca conseguenze sull'intero sistema commerciale internazionale.
La questione divide però il G20. Al termine del confronto tra ministri delle Finanze e governatori delle banche centrali, 19 membri hanno condiviso la necessità di affrontare il problema dei flussi di esportazioni a basso costo e degli squilibri globali, mentre Pechino ha espresso il proprio dissenso. La divergenza ha impedito di raggiungere una piena posizione comune. Il confronto mostra quanto sia difficile costruire una strategia condivisa quando gli interessi economici sono differenti: numerosi Paesi dipendono dalle forniture cinesi, mentre altri temono che l'afflusso di prodotti a prezzi competitivi possa mettere sotto pressione settori industriali strategici, dall'automobile alle batterie, dai pannelli solari alla siderurgia.
Bessent ha inoltre respinto l'idea che il problema possa essere affrontato principalmente attraverso un apprezzamento dello yuan. Secondo il segretario al Tesoro, concentrare il dibattito sulla valuta rischierebbe di evitare la questione strutturale: gli elevati sussidi industriali, la capacità produttiva accumulata in diversi comparti e una domanda interna cinese considerata troppo debole rispetto alle dimensioni dell'economia. La richiesta americana è quindi quella di una trasformazione più profonda del modello di sviluppo di Pechino, con maggiore spazio ai consumi delle famiglie e minore dipendenza dall'export come strumento per sostenere crescita, produzione e occupazione.
Il confronto non esclude comunque nuovi negoziati tra Washington e Pechino. Stati Uniti e Cina stanno valutando possibili riduzioni tariffarie su categorie di beni considerate non strategiche e non critiche, per un valore che Bessent ha indicato nell'ordine di 30 miliardi di dollari per ciascuna parte. Parallelamente prosegue il dialogo su dossier tecnologici, compresa l'intelligenza artificiale. La strategia americana combina quindi pressione commerciale e negoziazione selettiva: protezione più forte nei comparti ritenuti strategici, ma possibilità di alleggerire le barriere dove non siano in gioco sicurezza economica e leadership tecnologica.
Per l'Europa il dibattito assume un'importanza particolare. L'Unione ha già introdotto misure sulle automobili elettriche prodotte in Cina e deve affrontare la crescente concorrenza asiatica in numerose filiere industriali. Una strategia più coordinata all'interno del G20 potrebbe aumentare la pressione su Pechino, ma aprirebbe anche il rischio di una nuova escalation protezionistica. La sfida diventa quindi trovare un equilibrio tra apertura degli scambi e tutela della capacità produttiva, mentre la richiesta americana di un riequilibrio della Cina porta al centro della politica economica internazionale una domanda destinata a pesare sui prossimi negoziati: quanto a lungo il resto del mondo potrà assorbire l'espansione delle esportazioni della seconda economia globale?


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