Borse tra Fed e petrolio: Asia in rialzo, Wall Street guarda ai tassi dopo la sorpresa sul lavoro Usa
- piscitellidaniel
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I mercati finanziari internazionali affrontano una seduta dominata dalle aspettative sulla Federal Reserve, dall’andamento del mercato del lavoro statunitense e dalle tensioni che continuano a mantenere elevato il prezzo del petrolio. Le Borse asiatiche hanno iniziato la giornata in territorio positivo, favorite inizialmente dal ridimensionamento delle attese per un rialzo dei tassi americani già a settembre. Tokyo, Hong Kong e Seul hanno registrato progressi significativi, mentre gli investitori europei hanno mantenuto un atteggiamento più prudente. Lo scenario è però cambiato nel pomeriggio con la pubblicazione dei dati sull’occupazione negli Stati Uniti, risultati decisamente più forti delle previsioni e capaci di riaprire il confronto sulla possibilità di una nuova stretta monetaria.
Nelle prime ore della giornata il clima era stato sostenuto dalle dichiarazioni di Christopher Waller, componente del board della Federal Reserve, che aveva aperto alla possibilità di mantenere invariato il costo del denaro nella riunione di settembre qualora i prossimi dati avessero confermato un rallentamento delle pressioni inflazionistiche. Le probabilità attribuite dal mercato a un nuovo rialzo dei tassi erano così scese intorno al 50%, rispetto a circa il 63% della giornata precedente. Il movimento aveva contribuito alla discesa dei rendimenti obbligazionari e favorito gli acquisti sull’azionario: in Asia, Hong Kong ha guadagnato oltre il 2%, mentre Tokyo e Seul hanno beneficiato soprattutto della forza dei titoli tecnologici.
Il quadro è diventato più complesso con il rapporto sull’occupazione americana di agosto. L’economia statunitense ha creato 162 mila nuovi posti di lavoro, un dato nettamente superiore alle attese del mercato, mentre il tasso di disoccupazione è rimasto stabile al 4,1%. La solidità del mercato del lavoro ha immediatamente aumentato le probabilità di un rialzo dei tassi nella riunione della Fed del 15-16 settembre, riportandole intorno al 60%. A Wall Street la reazione iniziale è stata negativa, con il Dow Jones in calo e gli altri principali indici più resistenti grazie alla tenuta del comparto tecnologico. Anche i rendimenti dei Treasury hanno reagito al rialzo, con il decennale tornato nell’area del 4,78%, mentre il dollaro si è rafforzato.
La Federal Reserve si trova così davanti a un equilibrio particolarmente delicato. Da una parte alcuni segnali suggeriscono un progressivo raffreddamento delle pressioni sui prezzi; dall’altra, un mercato del lavoro ancora robusto potrebbe sostenere consumi e salari, rendendo più difficile riportare stabilmente l’inflazione verso l’obiettivo del 2%. Per gli investitori diventano quindi determinanti i prossimi indicatori sui prezzi al consumo. Una nuova accelerazione dell’inflazione, associata alla forza dell’occupazione, aumenterebbe ulteriormente le possibilità di una stretta; dati più favorevoli potrebbero invece consentire alla banca centrale di mantenere invariati i tassi.
A complicare le decisioni delle banche centrali contribuisce il mercato dell’energia. Il Brent continua a muoversi sopra i 95 dollari al barile, mentre il Wti resta oltre quota 90 dollari. Le quotazioni sono sostenute dalle tensioni geopolitiche in Medio Oriente e dalle preoccupazioni per la sicurezza delle principali rotte di approvvigionamento. Il mantenimento di prezzi energetici così elevati rappresenta un rischio per il processo di disinflazione, perché può trasferirsi sui costi dei trasporti, della produzione industriale e, successivamente, sui prezzi pagati dai consumatori. Anche il mercato europeo del gas resta sotto osservazione, in un contesto nel quale la sicurezza delle forniture torna a essere una variabile decisiva.
In Europa le Borse hanno mostrato un andamento più incerto, con gli indici principali poco mossi e Piazza Affari appesantita soprattutto dal comparto bancario. Gli operatori devono valutare contemporaneamente la prospettiva di tassi americani più elevati, l’andamento dei rendimenti obbligazionari e l’effetto dell’energia sull’economia europea. Il settore tecnologico continua a offrire sostegno ad alcune piazze, ma la volatilità resta elevata e rende più selettive le strategie degli investitori. Ogni nuovo dato macroeconomico può modificare rapidamente le aspettative sulla politica monetaria e provocare spostamenti significativi tra azioni, obbligazioni, valute e materie prime.
La giornata del 4 settembre evidenzia così quanto tassi, occupazione e petrolio siano diventati strettamente collegati nelle valutazioni dei mercati. La forza dell’economia statunitense rappresenta un elemento positivo per gli utili delle imprese, ma contemporaneamente riduce lo spazio per una politica monetaria più accomodante. Il petrolio sopra i 95 dollari aggiunge un ulteriore fattore di pressione sui prezzi, mentre le Borse cercano di valutare quale scenario prevarrà nelle prossime settimane. L’attenzione si sposta ora sui nuovi dati sull’inflazione americana e sulla riunione della Federal Reserve di metà settembre, appuntamenti destinati a definire il nuovo equilibrio dei mercati internazionali.


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