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Produzioni agricole e zootecniche - Anno 2025

Con questa nota, l’Istat presenta un quadro informativo aggiornato sull’andamento delle principali produzioni agricole (coltivazioni e allevamenti). Gli indicatori statistici, confrontabili a livello europeo, sono prodotti in base al Regolamento (UE) 2022/2379 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 23 novembre 2022, relativo alle statistiche sugli input e sugli output agricoli (SAIO). Le fonti informative utilizzate da Istat per adempiere al Regolamento SAIO riguardano sia rilevazioni statistiche sia dati amministrativi trattati a fini statistici; per ulteriori aspetti sulla raccolta dati e sulla produzione delle stime si rimanda alla Nota metodologica.


L’analisi dei dati ha un orizzonte di lungo periodo (2006-2025) al fine di tenere conto della variabilità nel tempo di alcune produzioni e di cogliere le trasformazioni strutturali in atto. È inoltre presente un approfondimento sulle principali coltivazioni in Italia, che include sia un’analisi geografica (ripartizioni territoriali), sia un confronto con l’Unione europea.


Principali risultati

  • Tra il 2006 e il 2025, le tre specie seminative che occupano le superfici agricole più ampie hanno registrato rilevanti contrazioni della produzione. Le flessioni più rilevanti riguardano il mais (-51,2% della superficie coltivata e -42,7% della produzione, con la resa per ettaro in crescita del 17,4%); il frumento duro che ha visto ridurre sia le superfici coltivate (-15,5%) sia la produzione (-9,3%), con una crescita più contenuta della resa (+7,4%); il frumento tenero che ha registrato una flessione della produzione (-21,4%) superiore a quella delle superfici (-12,3%), e la conseguente diminuzione della resa per ettaro (-10,4%). In forte crescita invece altre produzioni quali erbai monofiti (+97,1%), soia (+94,6%), mais ceroso (+46,0%) e piante leguminose (+34,7%).

  • Anche per le principali colture fruttifere prevale, tra il 2006 e il 2025, la tendenza alla flessione. Tra le specie in forte calo: pera (la produzione è diminuita del 60,6% e la superficie del 52,8%), pesca (-40,7% della produzione e -31,9% delle superfici), nettarina (-43,5% della produzione e -49,3% delle superfici), nocciola (-30,3% della produzione). In crescita produttiva clementine (+20,3%), kiwi (+17,8%) e mela (+13,2%).

  • Nel periodo considerato, la produzione di vino registra una contrazione contenuta (da 49,6 milioni di ettolitri del 2006 a 47,8 milioni del 2025, pari a -3,6%), mentre la produzione di olio di oliva è in forte diminuzione (-37,6%), essendo passata da 603,3 milioni di litri del 2006 a 378,6 milioni del 2025, con forti oscillazioni annuali. Nel 2025, solo il 21,4% della produzione nazionale di olio di oliva è destinata al mercato interno (81 milioni di litri su 379): il fabbisogno interno di olio di oliva è alimentato con 565 milioni di litri di olio di oliva importato, livello pari a 1,5 volte la produzione nazionale.

  • Nel 2025, l’Italia ha l’8,7% della superficie agricola utilizzata dell’Unione europea e si pone al quinto posto dopo Francia, Spagna, Germania e Polonia. Il peso dell’Italia sulla produzione agricola dell’Ue27 è particolarmente elevato per nocciola (75,2%), riso (52,8%), frumento duro (43,2%), pomodoro in piena aria (42,1%), soia (37,9%), uva (33,2%), arancia (30,5%) e supera il 20% per mela (20,4%).

  • Tra il 2006 e il 2025 è diminuita anche la consistenza del numero di capi per tutte le principali specie allevate, con le sole eccezioni dei bufalini (+92,6%) e dei caprini (+3,4%). La flessione più rilevante ha caratterizzato gli ovini (-28,1%), seguiti dai suini (-15,6%) e dai bovini (-12,2%). La riduzione in Italia della consistenza dei capi animali, con la sola eccezione dei capi caprini, è in linea con il calo registrato a livello europeo.

  • La produzione di latte è in sensibile crescita: nel 2024  in Italia sono stati raccolti 138,4 milioni di quintali di latte, con una crescita del 27,2% rispetto ai 108 milioni del 2006, dovuta alla maggiore quantità di latte raccolta in media per ogni capo. In crescita la produzione di formaggi (+17,7%), in flessione quella di burro (-21,3%).


Si riduce il peso delle principali produzioni agricole

L’analisi considera le specie vegetali più rilevanti sulla base delle quote di superficie agricola utilizzata per la loro produzione.


In merito ai seminativi, le 18 specie selezionate (Prospetto 1) impiegano il 35,7% della superficie in produzione agricola nel 2025 (in diminuzione di 13,7 punti percentuali rispetto al 2006). Il confronto tra 2025 e 2006 evidenzia un sostanziale equilibrio tra il numero di specie in flessione e crescita sia in termini di superfici coltivate (9 flessioni) che di produzioni (8 flessioni). Le contrazioni si concentrano tuttavia sui seminativi più rilevanti come superficie agricola utilizzata e risultano particolarmente ampie per la barbabietola da zucchero (-79,5% della superficie e -80,8% della produzione), il mais (-51,2% della superficie e -42,7% della produzione), l’avena (-39,1% della superficie e -43,4% della produzione) e l’orzo (-31,2% della superficie e -34,9% della produzione).


La contrazione registrata dal mais rappresenta uno degli eventi più significativi dell’evoluzione agricola italiana recente considerando che nel 2025 le superfici coltivate superavano i 500mila ettari. La minore flessione della produzione rispetto alle superfici ha determinato una crescita della resa (produzione per ettaro), passata da 86,8 quintali per ettaro a 101,9 (+17,4%), ad indicare una concentrazione della coltura nelle aree maggiormente produttive e un miglioramento dell’efficienza tecnica.


Anche il frumento duro, che continua a rappresentare una delle principali colture nazionali con una superficie coltivata di oltre 1,1 milioni di ettari, mostra una riduzione della superficie (-15,5%) e della produzione (-9,3%), sebbene con una crescita contenuta della resa (+7,4%). Di contro, il frumento tenero registra una flessione della produzione (-21,4%) superiore a quella delle superfici (-12,3%) con la conseguente diminuzione della resa per ettaro (-10,4%).


In controtendenza rispetto alla contrazione di superfici e produzione di alcune delle coltivazioni cerealicole tradizionalmente più rilevanti per l’agricoltura italiana, risultano in crescita alcune colture orientate alla zootecnia e alle produzioni proteiche. La soia cresce del 69,1% in termini di superficie e del 94,6% in termini produttivi, con un incremento della resa (+15,2%). L’espansione appare coerente con la crescente domanda di proteine vegetali per mangimi e con le strategie europee di riduzione della dipendenza dalle importazioni. Rilevante è anche l’incremento degli erbai monofiti (+106,8% di superficie e +97,1% di produzione), indicativo della crescente integrazione tra coltivazioni e allevamenti. Dal punto di vista delle rese, le crescite più significative riguardano il girasole (+24,9%) – sebbene frutto di contrazioni sia delle superfici sia delle produzioni – e il pomodoro in piena aria (+18,5%), che nel ventennio passa da 508,4 a 602,5 quintali per ettaro. Tra le specie caratterizzate dalla crescita della resa, oltre al già citato mais troviamo la patata comune (+15,3%) e la soia (+15,2%).


Le rese per ettaro diminuiscono in 10 casi su 18, ad indicare la sia pur lieve prevalenza di casi in cui le superfici coltivate, per effetto di scelte aziendali o di erosione e minore fertilità della terra, generano quantità minori di prodotti finali. Questa tendenza indica che le aziende che praticano colture di tipo seminativo solo in alcuni casi hanno potuto reagire alla riduzione della disponibilità di superficie agricola attraverso processi di intensificazione produttiva e selezione delle aree maggiormente efficienti.


La dinamica longitudinale delle principali produzioni cerealicole evidenzia due fasi storiche distinte. Nella prima fase, che va dal 2006 al 2016, le produzioni di frumento tenero, frumento duro e mais denotano oscillazioni annuali molto forti, sostanzialmente speculari tra loro anche se su livelli produttivi più bassi per il mais.  Queste filiere produttive hanno vissuto, in tale fase, frequenti riassestamenti produttivi, in forte crescita o contrazione rispetto all’anno precedente, dovuti all’andamento oscillante dei prezzi di vendita e dei costi di produzione, alla crescita della concorrenza internazionale e alla variabilità delle condizioni climatiche, che proprio all’inizio del nuovo secolo hanno cominciato ad incidere in modo significativo sui percorsi produttivi agricoli. Nella seconda fase, dal 2017 ad oggi, le oscillazioni annuali tendono a diminuire, anche se persiste la tendenza alla contrazione produttiva, con lievi riprese proprio nel 2025 per il frumento duro e per il mais. Sebbene tendenzialmente in contrazione, Il frumento duro mantiene una relativa stabilità grazie al forte legame con l’industria della pasta, che rappresenta uno dei principali comparti agroalimentari italiani orientati all’esportazione.


Le coltivazioni foraggere occupano nel 2025 il 27,8% delle superfici coltivate. Anche la produzione di foraggio denota una contrazione produttiva rispetto al 2006: -27,5%, con una diminuzione più marcata per i prati permanenti (-37,0%), mentre la flessione per i pascoli poveri è più contenuta (-10,5%) e si associa alla crescita della resa per ettaro (+16,2%), derivata dalla forte contrazione delle superfici (-22,8%). Tali andamenti riflettono sia la riduzione della domanda di foraggio derivata dalla parallela contrazione degli allevamenti, sia da cambiamenti nella destinazione d’uso dei terreni agricoli, dato che tutte le specie foraggere hanno registrato contrazioni delle superfici coltivate.


Frumento tenero e mais: apertura agli scambi con l’estero e concorrenza internazionale

La produzione nazionale di frumento e mais è sempre meno sufficiente ad alimentare il fabbisogno cerealicolo interno. In merito al frumento, già nel 2006 la produzione importata superava quella nazionale, a fronte di quote esportate molto basse rispetto alla produzione nazionale e alle importazioni, e che negli anni sono ulteriormente diminuite. Parallelamente, le importazioni, dopo andamenti altalenanti, dal 2014 si mantengono su livelli sempre superiori alla produzione nazionale. Dal 2022 la forbice rispetto alla produzione nazionale cresce sensibilmente, tanto che nel 2025 le importazioni di frumento si sono attestate sui 97 milioni di quintali, rispetto alla produzione nazionale di circa 59,5 milioni.


L’andamento delle importazioni di mais è più lineare rispetto a quello del frumento e denota una crescita pressoché costante: se nel 2006 si importavano meno di 20 milioni di quintali, a fronte di una produzione nazionale di quasi 96 milioni, nel 2025 le due quote sono state pari rispettivamente a 70 milioni e poco meno di 55 milioni: nel 2025 le importazioni sono circa quattro volte superiori a quelle del 2006 e superano nettamente la produzione nazionale, evento verificatosi per la prima volta nel 2019 e diventato permanente del 2022, anno dal quale la tendenza espansiva delle importazioni si accentua sensibilmente rispetto al passato. Nell’arco temporale considerato, le esportazioni si mantengono al di sotto del mezzo milione di quintali (0,442 milioni nel 2025). La filiera maidicola attraversa quindi, ormai da anni, una fase di contrazione, connessa sia alla riduzione delle superfici coltivate sia alla crescente competitività dei grandi produttori esteri, che comporta la forte dipendenza della zootecnia italiana dai mercati internazionali dei mangimi.


Coltivazioni fruttifere: in calo superfici e produzioni

In merito alle principali colture fruttifere – che determinano il 4,1% della superficie in produzione nel 2025 – tra il 2006 e il 2025 prevale nettamente la tendenza alla flessione della produzione, che si riscontra in 11 specie su 14. Le sole specie in crescita sono clementina (+20,3%), kiwi (+17,8%) e mela (+13,2%). D’altra parte, alla prevalente flessione produttiva si associa la chiara tendenza alla crescita delle rese per ettaro (in 9 casi su 14), con particolare evidenza per la mela, che nonostante la riduzione della superficie (-10,6%), ha visto crescere, oltre alla produzione, anche la resa (+26,7%), passando da 345,6 a 437,8 quintali per ettaro.


Queste evidenze riflettono l’elevata specializzazione della melicoltura italiana, concentrata nelle regioni del Nord. Tra le specie in calo produttivo, la pericoltura denota le maggiori difficoltà: la produzione diminuisce del 60,6% e la superficie del 52,8%, con una flessione minore ma significativa della resa (-16,6%).


Anche pesca e nettarina evidenziano forti riduzioni delle superfici coltivate (-40,7% e -49,3% rispettivamente) e della produzione (-31,9% e -43,5%), ma con crescite delle rese (rispettivamente, +14,9% e +11,4%). Contrazioni significative della produzione caratterizzano anche nocciola (-30,3%, peraltro a fronte della forte crescita delle superfici con la conseguente rilevante flessione della resa, -49,0%), mandorla (-29,7%, ma con una resa in crescita del 5,1%), arancia (-23,7%, con flessione della resa più contenuta: -7,6%) e ciliegia (-20,9%, con la resa anch’essa in diminuzione del 18,5%). Queste tendenze evidenziano come il comparto frutticolo stia attraversando un processo di ristrutturazione e di selezione produttiva, con una probabile maggiore concentrazione delle coltivazioni nelle aziende più produttive, in un contesto dove, ancor più di quanto visto per i cereali, e gli esuberi produttivi rispetto alla domanda interna stanno comportando la prevalenza di forti contrazioni produttive, a cui non sempre si associano crescite delle rese per ettaro. Anche la concorrenza internazionale gioca un ruolo rilevante. Infatti, tra il 2006 e il 2025 le specie fruttifere che hanno registrato le contrazioni produttive più rilevanti a livello nazionale hanno evidenziato una forte crescita delle importazioni dall’estero in quantità: +413,6% per la pesca (-31,9% la flessione nella produzione nazionale), +199,1% per la pera (-60,6% la produzione nazionale), +144,3% per la mandorla (-29,7% la produzione nazionale), +144,1% per la nocciola (-30,3% la produzione nazionale). In particolare, nel 2025 i volumi delle importazioni di mandorla e nocciola hanno quasi raggiunto i rispettivi livelli produttivi nazionali: per la mandorla sono stati importati 777 migliaia di quintali a fronte di una produzione nazionale di 793, per la nocciola le importazioni hanno raggiunto 935 migliaia di quintali, rispetto alla produzione nazionale di 990.


Due eccellenze italiane: vite e olivo

Vite e olivo rappresentano storicamente due produzioni dal carattere fortemente identitario a livello internazionale per l’agricoltura italiana. Le superfici occupate da queste specie nel 2025 incidevano per il 15,0% sulla superficie coltivata nazionale. La produzione di uva registra una flessione della produzione contenuta rispetto al 2006, pari al -8,0%, come conseguenza della riduzione del 5,7% delle superfici coltivate a vite e del 2,5% della resa per ettaro (quasi 106 quintali per ettaro). La flessione produttiva è però molto contenuta per l’uva da vino (-2,1%) rispetto a quella ben più sensibile riscontrata per l’uva da tavola (-35,1%).


Molto più significativa è invece la contrazione produttiva della produzione di olive: -27,2%, peraltro dovuta in minima parte alla contrazione delle superfici (-1,4%) e attribuibile quindi quasi esclusivamente alla forte diminuzione della resa per ettaro: -26,1%. Se nel 2006 un ettaro coltivato ad olivo generava 30,7 quintali di olive raccolte, nel 2025 tale quota è scesa a 22,7 quintali. La flessione significativa dei livelli produttivi e della produttività per ettaro riflette il peggioramento delle condizioni strutturali del comparto olivicolo, influenzato da fattori climatici, fitosanitari e gestionali. Le dinamiche produttive di uva e olive si riflettono direttamente sull’andamento della produzione di vino e di olio di oliva. Se, da un lato, nel periodo considerato la produzione di vino registra una contrazione molto contenuta (da 49,6 milioni di ettolitri del 2006 a 47,8 milioni del 2025) – con andamenti annuali molto altalenanti e che, tra il 2018 e il 2020, hanno portato a superare nettamente i livelli produttivi del 2006 – dall’altro la produzione di olio di oliva è in forte contrazione, essendo passata da 603,3 milioni di litri del 2006 a 378,6 milioni del 2025. Le dinamiche produttive dell’olio di oliva sono particolarmente volatili nel periodo centrale della serie (2013-2019) arrivando ad una relativa stabilizzazione a partire dal 2020, fino ai lievi segnali di crescita registratisi a partire dal 2023.


L’Italia ricopre da tempo un ruolo centrale negli scambi commerciali di olio di oliva con l’estero. Già nel 2006 le importazioni di olio di oliva si collocavano su livelli simili a quelli della produzione nazionale non esportata. A partire da tale anno, la forbice tra importazioni di olio di oliva e produzione nazionale non destinata alle esportazioni è via via cresciuta, tanto che nel 2025 la situazione è questa: a fronte di una produzione nazionale pari a circa 379 milioni di litri, solo 81 milioni sono destinati al mercato interno, mentre la quota preponderante (298 milioni, il 78,6% della produzione nazionale) sono esportati. Il fabbisogno interno di olio di oliva è stato alimentato con 565 milioni di litri di olio di oliva importato, che ha così raggiunto un livello pari a circa 1,5 volte quello della produzione nazionale e a 7 volte quello della produzione nazionale non esportata. Nel 2006, tali rapporti erano pari rispettivamente a 1 e a 1,9, ad indicare, nell’arco di venti anni, la forte crescita della dipendenza dall’estero del fabbisogno interno di olio di oliva, ma anche la crescente propensione ad esportare olio di origine italiana, riducendone significativamente le quote disponibili per il consumo interno.


L’Italia ha inoltre un rilevante ruolo internazionale anche per la produzione di vino. Tuttavia, sussistono differenze significative rispetto al caso dell’olio di oliva. Anche la produzione di vino denota oscillazioni annuali, sebbene meno intense rispetto all’olio. Tuttavia, la domanda interna di vino viene alimentata soprattutto dalla produzione nazionale non esportata, dato che nel periodo considerato il livello delle quantità importate si mantiene molto al di sotto dei livelli produttivi nazionali: le importazioni passano da 1,5 milioni di ettolitri del 2006 a 2,4 milioni del 2025. Parallelamente, la produzione nazionale non esportata si mantiene sempre su livelli più elevati rispetto alle esportazioni, ad eccezione degli anni 2011, 2012 e 2014.


La presenza di vini italiani sui mercati esteri è comunque rilevante: era di 18,8 milioni di ettolitri nel 2006 ed è cresciuta a 21,0 milioni nel 2025, laddove negli stessi anni la produzione nazionale non esportata è stata rispettivamente di 28,3 e di 26,7 milioni di ettolitri. Se nel 2006 su 100 litri di vino italiano se ne esportavano 39,9 litri, nel 2025 la quota è cresciuta a 44 litri.


In calo in Italia il numero di capi, in linea con la tendenza nell’Unione europea

In Italia, il numero dei capi animali allevati è da tempo in netto calo. Tra il 2006 e il 2025 (Prospetto 5) è diminuita la consistenza del numero di capi per tutte le principali specie allevate, con le sole eccezioni dei bufalini (+92,6% ma partendo da una consistenza nel 2006 molto bassa, solo 231mila capi) e dei caprini, in crescita del 3,4%.  La flessione più rilevante ha caratterizzato gli ovini (-28,1%), seguiti dai suini (-15,6%) e dai bovini (-12,2%). Nel periodo considerato, il numero di capi bovini è sceso da 6,1 milioni del 2006 a 5,4 milioni del 2025. Questo fenomeno non è dovuto solo alla riduzione dei consumi di carne, ma a una progressiva contrazione e riorganizzazione del settore.


In chiave geografica, i bovini sono in flessione in ogni area ad eccezione delle Isole, che però incidono solo per il 10,9% sul totale dei capi bovini, notoriamente concentrati nel Nord (72,2% del totale); i bufalini sono l’unica specie in crescita generalizzata insieme ai caprini (con la sola eccezione del Nord-est, -40,0% che incide solo per lo 0,7% sulla consistenza nazionale); gli ovini crescono solo nel Nord, che incide solo per il 7,6% sulla consistenza nazionale; i caprini come appena ricordato sono in crescita generalizzata, con la sola eccezione del Sud (-30,6%); infine, i capi suini sono in flessione in ogni area geografica.


Con la sola eccezione dei capi caprini, la dinamica della consistenza dei principali capi animali osservata in Italia è in linea con quando è avvenuto nell’Unione europea (Figura 7). Infatti, tra il 2006 e il 2025 nell’Ue i capi bovini e bufalini sono diminuiti del 9,4% (un punto percentuale in più rispetto all’Italia), gli ovini del 25,6% (rispetto al -28,1% dell’Italia) e i suini del 16,9% (1,3 punti percentuali in più rispetto all’Italia); D’altra parte, i capi caprini, in crescita contenuta in Italia, hanno registrato una forte flessione a livello Ue (-24,9%).


Meno carni rosse, più carni avicole

La dinamica negativa delle macellazioni riflette quella del calo della consistenza degli allevamenti in Italia. Tra il 2006 e il 2025, la produzione zootecnica nazionale è stata caratterizzata dal forte ridimensionamento delle macellazioni di carni “rosse” e, parallelamente, dalla crescente centralità del comparto avicolo, che rappresenta la componente più rilevante delle carni “bianche”. Nel ventennio, il peso morto delle carni bovine o bufaline macellate è sceso dagli 11,1 milioni di quintali del 2006 ai 6,6 milioni del 2025, con una flessione del 40,9%, per una flessione del numero di capi macellati del 37,5%.


La resa, data dal rapporto percentuale tra peso morto e peso vivo, cresce di un punto percentuale (da 56,5% a 57,5%). Nel periodo considerato, la flessione del peso morto macellato dei soli bovini è ancora più elevata (-42,4%) e riguarda tutte le specie bovine ad eccezione delle vacche, in lieve crescita (+1,4%).


Ancora più marcata risulta la contrazione del comparto ovino e caprino, che registra flessioni del 69,1% del numero di capi macellati e del 56,2% del peso morto, mentre le flessioni del comparto suinicolo, sebbene rilevanti, sono più contenute (-25,8% nel numero di capi macellati e -16,9% del peso morto).


Parallelamente, le macellazioni di capi avicoli sono in notevole espansione, con una forte crescita sia dei capi macellati (+53,0%, passando da 407.283 capi nel 2006 a 622.993 nel 2025), sia del peso morto (+56,8%, da 9,1 a 14,3 milioni di quintali). In particolare, la crescita delle macellazioni di polli e galline è ancora più evidente: +59,9% del numero di capi macellati e +89,4% del corrispondente peso morto. Tali cambiamenti strutturali riflettono quelli delle esigenze alimentari della domanda finale, la crescita dei costi della produzione zootecnica e le dinamiche di prezzo, che tendenzialmente rendono sempre più vantaggioso il consumo di carne avicola.


Mentre dal 2015 al 2025 l’andamento annuale delle macellazioni di capi bovini, suini e ovicaprini si mantiene molto simile, sebbene su livelli diversi, dal 2006 al 2014 tale parallelismo non vale per gli ovicaprini, che in tale arco temporale registrano un tasso di decrescita molto più accentuato. Allo stesso tempo, la crescita delle macellazioni di capi avicoli segue un trend piuttosto lineare.

L’analisi congiunta dei dati di consistenza e delle macellazioni evidenzia la relazione statistica positiva tra le due componenti. In merito ai bovini, la consistenza (che si ricorda essere misurata come dato puntuale al 1° dicembre di ogni anno) è sempre molto superiore al numero dei capi macellati (che rappresenta invece un dato di flusso misurato alla fine di ogni anno), e la forbice tra le due componenti tende ad aumentare nel tempo. Tale evidenza è ancora più significativa per gli ovicaprini, mentre per i suini si riscontra un livello di capi macellati molto più elevato rispetto alla consistenza – dovuto anche alla maggiore intensità di importazioni rispetto alle altre specie – anche se il divario tra le due componenti tende a diminuire nel tempo). Il ciclo produttivo dei suini è tendenzialmente più intenso rispetto ai capi bovini e spesso anche ai capi ovicaprini, nel senso che la vita media di un capo suino al momento della macellazione è spesso inferiore all’anno e più bassa rispetto ai capi bovini e ovicaprini.


L’andamento annuale delle macellazioni del complesso delle carni rosse, con alcune oscillazioni annuali, è chiaramente decrescente e si caratterizza per la destinazione finale prevalentemente indirizzata verso il mercato interno: infatti, nel 2025 le quantità esportate sono state pari a soli 53mila quintali, lo 0,3% della produzione nazionale (la quota era dello 0,4% nel 2006) (Figura 9). Parallelamente, le importazioni giocano un ruolo molto più rilevante: nel 2025 la quantità di carni rosse macellate importate è stata di 6,5 milioni di quintali, il 25,3% della produzione nazionale non esportata, incidenza relativa rispetto al 19,3% del 2006. Nel complesso, a fronte della progressiva contrazione della produzione nazionale di carni rosse, cresce la dipendenza dall’estero, derivata dalla concorrenza di prezzo e dalla necessità di compensare con le importazioni il fabbisogno interno, non del tutto soddisfacibile con la sola produzione nazionale.


Cresce la raccolta di latte, scende la produzione di burro

A differenza della produzione di carni, la produzione di latte è in sensibile crescita. Nel 2024, in Italia sono stati raccolti 138,4 milioni di quintali di latte, con una crescita del 27,2% rispetto ai 108 milioni del 2006.

Il latte vaccino rappresenta la componente preponderante della produzione nazionale di latte, e registra una crescita ancora più elevata (+28,6%), passando da 101,9 a 131,1 milioni di quintali. A fronte della diminuzione dei capi bovini intercorsa nel periodo considerato, la maggiore produzione di latte è dovuta esclusivamente alla forte crescita della quantità media prodotta per capo vaccino: era di 58,0 quintali nel 2006, è cresciuta a 86,2 quintali nel 2024 (+54,0%). La crescita della produttività per capo caratterizza anche il latte di pecora (+45,1%) e il latte di capra (+54,5%), mentre è in diminuzione la quota media di latte raccolto per capo bufalino (-28,4%). La tendenziale crescita della produttività deriva dalla selezione genetica, dall’innovazione alimentare basata su tecniche di nutrizione mirata e dalla generale modernizzazione delle tecniche di allevamento. L’andamento annuale della produzione di latte mostra, con poche oscillazioni, un trend crescente. Il ritmo di crescita aumenta a partire dal 2014, periodo che precede di pochi mesi la data di abolizione delle quote latte in ambito Ue.


Nel corso degli anni, la produzione nazionale è stata sempre quasi del tutto destinata a consumo interno, con quote esportate estremamente contenute (solo 32mila quintali nel 2024, a fronte dei 17mila del 2006). Le importazioni si sono mantenute intorno all’1% della produzione nazionale: erano pari a 1,3 milioni di quintali nel 2006 (1,2% rispetto alla produzione nazionale), sono scese a poco più di 1 milione di quintali nel 2024 (0,7%). Il loro andamento è risultato in crescita fino al 2011, per poi proseguire in evidente decrescita, con poche oscillazioni annuali, fino alla ripresa avviatasi nel 2022. Nel complesso, la produzione nazionale di latte si mantiene in grado di soddisfare il fabbisogno interno derivato dal consumo finale e dalla trasformazione industriale in prodotti derivati.


Per quanto riguarda i prodotti derivati dal latte, nel periodo considerato scendono sia la produzione di burro (-21,3%), sia quella del latte fermentato (yogurt e altri derivati) (-11,6%), mentre sono in crescita le produzioni di formaggi (+17,7%) e di crema o panna da consumo (+18,0%). Nel 2024, le quantità di prodotti derivati dal latte erano pari al 13,5% della quantità di latte raccolto (tale quota era del 15,6% nel 2006), con il peso preponderante del latte fermentato (9,8% del latte raccolto).




Fonte: istat.it

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