Washington accusa i gruppi cinesi di copiare i modelli IA americani: nuovo fronte nello scontro tecnologico
Gli Stati Uniti aprono un nuovo fronte nella competizione tecnologica con la Cina, accusando alcuni dei principali gruppi asiatici dell’intelligenza artificiale di avere utilizzato sistematicamente modelli americani avanzati per migliorare le proprie piattaforme. In un avviso congiunto, National Security Agency, FBI e Cybersecurity and Infrastructure Security Agency hanno indicato sei società cinesi – DeepSeek, Alibaba, Moonshot AI, MiniMax, StepFun e Z.AI – sostenendo che avrebbero condotto operazioni su larga scala per estrarre conoscenze e capacità dai sistemi sviluppati negli Stati Uniti. Secondo le autorità americane, le attività sarebbero iniziate almeno nel 2024 e avrebbero coinvolto miliardi di token generati attraverso milioni di interazioni con alcuni dei più sofisticati modelli disponibili.
Al centro delle contestazioni c’è la tecnica della distillazione, utilizzata normalmente nell’industria dell’IA per trasferire parte delle capacità di un modello più grande e costoso a un sistema più piccolo ed efficiente. Il procedimento, di per sé, è uno strumento consolidato nello sviluppo dell’intelligenza artificiale. Il problema nasce quando viene applicato senza autorizzazione a modelli proprietari di altre aziende, attraverso un numero elevatissimo di interrogazioni progettate per ricostruirne capacità di ragionamento, programmazione, matematica e generazione dei contenuti. Washington sostiene che le imprese cinesi abbiano adottato proprio questa strategia nei confronti di sistemi come ChatGPT, Claude, Gemini e Grok, appartenenti rispettivamente a OpenAI, Anthropic, Google e xAI.
Le agenzie statunitensi descrivono le operazioni come aggressive, mirate e sistematiche. Secondo le accuse, sarebbero stati utilizzati account multipli, servizi proxy e altre tecniche per aggirare i limiti imposti dai fornitori americani e rendere più difficile l’individuazione delle attività. L’obiettivo sarebbe stato ottenere enormi quantità di risposte dai modelli di frontiera e utilizzarle come materiale per l’addestramento dei sistemi cinesi. Le autorità americane ritengono inoltre possibile che queste iniziative siano state condotte con la consapevolezza delle istituzioni di Pechino, un elemento che sposta la questione dal semplice confronto commerciale al terreno della sicurezza nazionale.
La vicenda mostra quanto sia cambiata la competizione mondiale sull’intelligenza artificiale. Per anni il confronto tra Washington e Pechino si è concentrato soprattutto sull’accesso ai semiconduttori più avanzati, sulle apparecchiature necessarie per produrli e sulla potenza di calcolo disponibile. Gli Stati Uniti hanno progressivamente limitato l’esportazione verso la Cina di chip e tecnologie strategiche nel tentativo di rallentarne lo sviluppo. La distillazione apre però un problema differente: anche quando l’accesso all’hardware viene limitato, le capacità sviluppate attraverso investimenti miliardari possono essere in parte trasferite interrogando direttamente i modelli disponibili attraverso servizi digitali.
Il tema è particolarmente sensibile perché le società cinesi hanno ridotto rapidamente la distanza tecnologica dai concorrenti americani. L’arrivo di DeepSeek e successivamente di altri modelli competitivi ha mostrato la capacità dell’industria cinese di sviluppare sistemi avanzati con costi inferiori rispetto a quelli sostenuti da alcuni laboratori statunitensi. Le aziende cinesi rivendicano i propri progressi tecnologici, mentre negli Stati Uniti cresce il sospetto che una parte dell’accelerazione sia stata resa possibile proprio dall’utilizzo intensivo degli output dei modelli occidentali. Stabilire dove termini il normale apprendimento tra sistemi e dove inizi l’appropriazione indebita di proprietà intellettuale diventa quindi una delle questioni più complesse della nuova economia dell’IA.
Le accuse arrivano inoltre in un momento delicato nei rapporti diplomatici tra le due maggiori economie mondiali. Stati Uniti e Cina stanno cercando di mantenere aperti i canali di confronto su commercio, sicurezza e tecnologia, ma l’intelligenza artificiale è ormai considerata da entrambi i Paesi un’infrastruttura strategica con implicazioni economiche, militari e geopolitiche. Washington potrebbe rafforzare le misure contro le aziende considerate responsabili, attraverso restrizioni commerciali o inserimenti nelle liste di soggetti sottoposti a controlli, mentre le società americane stanno aumentando le difese tecniche per individuare richieste automatizzate e utilizzi anomali dei propri sistemi.
La disputa sulla distillazione introduce così una nuova dimensione nella corsa globale all’IA. Non si tratta più soltanto di controllare chip, data center e capacità di calcolo, ma anche di proteggere le conoscenze incorporate nei modelli stessi. Più questi sistemi diventano potenti, maggiore è il valore economico e strategico delle risposte che possono produrre. Per i laboratori americani la sfida sarà impedire l’estrazione sistematica delle proprie capacità senza limitare eccessivamente l’accessibilità dei servizi; per le imprese cinesi, invece, aumenterà la necessità di dimostrare che i progressi ottenuti derivano da ricerca e sviluppo autonomi in una competizione tecnologica destinata a incidere profondamente sui rapporti tra Washington e Pechino.





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