Volkswagen, via libera al piano di salvataggio: 50mila posti in meno e fabbriche da ripensare
Il Consiglio di sorveglianza di Volkswagen ha approvato all’unanimità il piano di risanamento presentato dal Consiglio di amministrazione guidato dall’amministratore delegato Oliver Blume, aprendo una delle ristrutturazioni più profonde nella storia recente del principale costruttore automobilistico europeo. Il programma punta a riportare il gruppo su livelli di redditività più elevati e a rafforzarne la competitività in un mercato segnato dalla crescita dei produttori cinesi, dalla transizione verso l’elettrico e dalla debolezza della domanda europea. L’obiettivo indicato dal management è raggiungere una redditività del 9% entro il 2030, intervenendo contemporaneamente su occupazione, capacità produttiva, gamma dei modelli e struttura delle partecipazioni.
La misura più rilevante riguarda il lavoro. Volkswagen prevede la riduzione di circa 50mila ulteriori posti a livello globale, comprese posizioni manageriali, che si aggiungono al piano già annunciato per diminuire di 50mila unità l’organico in Germania entro il 2030. Se le misure venissero realizzate integralmente, il ridimensionamento complessivo arriverebbe quindi nell’ordine dei 100mila posti, pari a circa il 15% della forza lavoro del gruppo. Non sono ancora stati definiti nel dettaglio tempi e distribuzione geografica della nuova riduzione. La società considera tuttavia indispensabile intervenire sulla struttura dei costi per adattarla a volumi produttivi inferiori e liberare risorse da destinare agli investimenti tecnologici.
Uno dei nodi più delicati riguarda gli stabilimenti europei. Il Consiglio di sorveglianza ha riconosciuto una sovraccapacità produttiva stimata in circa 500mila veicoli all’anno. Per quattro impianti tedeschi – Emden, Zwickau, Hannover e Neckarsulm – non sarebbe attualmente possibile garantire, tra il 2031 e il 2034, livelli di utilizzo sufficienti a mantenere una produzione competitiva. Il piano non sancisce però la chiusura di questi siti: entro la fine di giugno 2027 dovrà essere elaborata una nuova struttura produttiva e, parallelamente, saranno studiate destinazioni alternative per gli stabilimenti maggiormente esposti. È un passaggio particolarmente sensibile in Germania, dove Volkswagen rappresenta uno dei pilastri dell’occupazione industriale.
L’accordo è arrivato dopo settimane di trattative tra management, rappresentanti dei lavoratori, azionisti e Bassa Sassonia, il Land che detiene una partecipazione strategica nel gruppo. La presidente del Consiglio di fabbrica Daniela Cavallo e il sindacato IG Metall hanno ottenuto che non venisse approvato lo scorporo del marchio Volkswagen Passenger Cars e della divisione componenti e che non fossero deliberate direttamente chiusure di fabbriche. La cogestione tedesca resta così uno degli elementi centrali della trasformazione: l’obiettivo dichiarato è contemperare la necessità di migliorare la redditività con la salvaguardia dell’occupazione, anche se la dimensione degli interventi previsti rende inevitabile un confronto complesso nei prossimi anni.
Il piano prevede inoltre una riduzione del numero dei modelli e una semplificazione del portafoglio di partecipazioni. Volkswagen deve concentrare maggiormente le risorse sui progetti considerati strategici, mentre l’intero settore automobilistico affronta investimenti miliardari nell’elettrificazione, nel software e nelle batterie. Sullo sfondo rimane anche il futuro dei singoli marchi. Le indiscrezioni circolate in Germania hanno indicato persino l’ipotesi di un progressivo abbandono del marchio Seat entro la fine del decennio, mentre il gruppo starebbe concentrando maggiore attenzione su Cupra, che negli ultimi anni ha acquisito crescente peso commerciale. Volkswagen non ha però confermato ufficialmente questa prospettiva.
La ristrutturazione nasce soprattutto dalla necessità di reagire a un cambiamento strutturale dell’industria. I costruttori cinesi stanno aumentando rapidamente la propria presenza internazionale con vetture elettriche e ibride competitive sul prezzo e sulla tecnologia, mentre il mercato europeo non garantisce più i volumi sui quali erano state dimensionate molte fabbriche. A questo si aggiungono i costi della transizione tecnologica e una pressione crescente sui margini. Il rischio per Volkswagen è sostenere contemporaneamente una struttura industriale costruita per una domanda più elevata e gli enormi investimenti necessari per competere nella nuova generazione dell’automobile.
La risposta della Borsa ha mostrato quanto gli investitori considerassero necessario un intervento radicale. Dopo l’approvazione del programma, le azioni Volkswagen hanno registrato un deciso rialzo nelle contrattazioni, interpretando l’accordo come un segnale della volontà di affrontare i problemi strutturali del gruppo. Il via libera del Consiglio di sorveglianza rappresenta però soltanto l’inizio: la fase più complessa sarà l’attuazione concreta delle misure, dalla riduzione dei costi alla riorganizzazione delle fabbriche, mentre Volkswagen dovrà continuare a finanziare la propria trasformazione tecnologica senza perdere terreno nei confronti dei nuovi concorrenti globali.





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