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Stati Uniti, si dimette il segretario dell’Esercito Dan Driscoll mentre continua la guerra con l’Iran

1 set
Tempo di lettura: 3 min

Nuovo scossone ai vertici militari degli Stati Uniti mentre Washington resta impegnata nella guerra con l’Iran. Il segretario dell’Esercito americano Dan Driscoll ha presentato le proprie dimissioni al presidente Donald Trump dopo circa diciotto mesi alla guida della più grande forza armata statunitense. La decisione arriva al termine di mesi di tensioni con il responsabile del Pentagono Pete Hegseth e apre un nuovo fronte all’interno dell’amministrazione proprio mentre migliaia di militari americani sono schierati in Medio Oriente. Al momento dell’annuncio non era ancora chiaro se Trump avesse formalmente accettato le dimissioni, ma la Casa Bianca ha riconosciuto pubblicamente il lavoro svolto da Driscoll durante il suo mandato.


La rottura sarebbe maturata soprattutto attorno alla gestione della modernizzazione dell’Esercito e alle scelte compiute sui vertici militari. Driscoll avrebbe espresso direttamente all’amministrazione le proprie preoccupazioni per gli ostacoli incontrati nel programma di trasformazione delle forze terrestri, attribuendo una parte delle difficoltà alle decisioni di Hegseth di rimuovere alcuni generali coinvolti nei progetti di rinnovamento. Tra i passaggi più delicati figura l’uscita del generale Randy George, capo di Stato maggiore dell’Esercito e stretto collaboratore di Driscoll. I due avevano lavorato a un’accelerazione nell’impiego di droni, sistemi senza equipaggio e tecnologie meno costose, considerate essenziali per adeguare le capacità americane alle caratteristiche dei conflitti contemporanei.


Driscoll, veterano della guerra in Iraq e vicino al vicepresidente JD Vance, era stato confermato dal Senato nel febbraio 2025. Durante il mandato aveva assunto una posizione particolarmente critica anche nei confronti dei grandi fornitori dell’industria della difesa, chiedendo processi di acquisizione più rapidi e una maggiore disponibilità di armamenti prodotti a costi sostenibili. Il suo approccio puntava a trasformare l’Esercito in una struttura più agile, capace di integrare rapidamente le innovazioni osservate sui campi di battaglia degli ultimi anni. Proprio la modernizzazione tecnologica, con una particolare attenzione ai droni militari, aveva contribuito a renderlo uno dei protagonisti più riconoscibili della nuova strategia americana.


L’uscita assume un peso ancora maggiore per il momento nel quale avviene. Gli Stati Uniti sono impegnati militarmente contro l’Iran e una parte consistente dell’apparato terrestre americano è coinvolta nel dispositivo dispiegato in Medio Oriente. La guerra ha aumentato la pressione sul Pentagono, chiamato a garantire contemporaneamente capacità operative, rifornimenti, difesa delle installazioni e disponibilità di munizioni e sistemi di intercettazione. Le dimissioni del massimo responsabile civile dell’Esercito introducono quindi un ulteriore elemento di instabilità nella catena di comando, già interessata negli ultimi mesi da numerose sostituzioni ai livelli superiori delle forze armate.


Il rapporto tra Driscoll e Hegseth era diventato oggetto di crescente attenzione già nella primavera del 2026. In aprile, dopo le prime indiscrezioni sulle divergenze interne, Driscoll aveva dichiarato di non avere intenzione di lasciare l’incarico. Da allora, tuttavia, le tensioni sulla trasformazione dell’Esercito e sulla gestione degli ufficiali superiori si sarebbero ulteriormente aggravate. Secondo le ricostruzioni emerse negli Stati Uniti, Hegseth considerava Driscoll una figura dotata di un peso autonomo all’interno dell’amministrazione, anche per il rapporto personale con Vance. La sua partenza modifica così gli equilibri interni al Pentagono e rafforza inevitabilmente l’attenzione sulle future nomine.


Il segretario dell’Esercito aveva inoltre assunto un ruolo insolito sul piano diplomatico, partecipando agli sforzi dell’amministrazione Trump nei contatti con Russia e Ucraina. La Casa Bianca, nel commentare la sua uscita, ne ha ricordato sia il contributo alle operazioni militari sia l’attività svolta nei negoziati tra Mosca e Kiev, oltre al lavoro per rafforzare prontezza e capacità combattiva delle forze terrestri. La sua figura aveva quindi superato i confini tradizionali dell’incarico, normalmente concentrato sull’organizzazione, l’addestramento e l’equipaggiamento dell’Esercito.


Le dimissioni di Driscoll arrivano infine mentre la leadership militare statunitense attraversa una fase di profonda riorganizzazione. La contemporanea uscita o rimozione di figure civili e militari di primo piano alimenta il dibattito sulla continuità della catena di comando e sulla direzione della trasformazione tecnologica delle forze armate. Con la guerra in Iran ancora in corso e gli Stati Uniti impegnati contemporaneamente sui dossier mediorientale, russo e ucraino, la scelta del successore e il futuro dei programmi avviati da Driscoll diventano questioni direttamente collegate alla capacità dell’Esercito di mantenere operatività immediata e modernizzazione di lungo periodo.

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