Russia e Unione Europea, la nuova guerra finanziaria: i conti delle imprese occidentali nel mirino e 150 miliardi di dollari congelati
- piscitellidaniel
- 29 set
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La contrapposizione tra Mosca e Bruxelles assume ormai i tratti di una vera e propria guerra finanziaria, con effetti tangibili sul patrimonio delle imprese occidentali ancora presenti in Russia e sul destino degli asset russi bloccati in Europa. Secondo le stime, il Cremlino avrebbe messo le mani su circa 150 miliardi di dollari di fondi appartenenti a società europee e statunitensi, mentre la Commissione europea lavora per utilizzare parte degli asset russi congelati nelle banche europee come strumento di pressione e risarcimento per l’Ucraina.
La decisione russa di colpire direttamente i conti delle aziende occidentali si inserisce in un quadro di crescente ostilità: le sanzioni varate dall’Unione Europea e dal G7 dopo l’invasione dell’Ucraina hanno determinato un congelamento di riserve valutarie e proprietà finanziarie russe. In risposta, Mosca ha attivato una normativa che permette al governo di requisire, congelare o amministrare temporaneamente i beni delle imprese considerate “ostili”, ovvero quelle provenienti da paesi che applicano sanzioni.
Il meccanismo funziona attraverso il controllo giudiziario e amministrativo dei beni: conti correnti aziendali, dividendi non distribuiti, profitti reinvestiti, partecipazioni societarie. L’obiettivo non è soltanto paralizzare le imprese, ma anche costringerle a uscire definitivamente dal mercato russo o ad accettare condizioni imposte dalle autorità locali. Alcune multinazionali hanno già subito il blocco dei conti, trovandosi nell’impossibilità di rimpatriare dividendi o cedere asset senza il consenso diretto del Cremlino.
L’Italia, per la sua forte esposizione storica verso il mercato russo, è uno dei paesi che rischiano di più. Alcuni gruppi industriali hanno ancora partecipazioni attive in joint venture locali, mentre banche e assicurazioni si confrontano con il dilemma della gestione dei crediti e degli asset ancora bloccati. Le imprese del comparto energetico, della meccanica e del lusso rappresentano i settori più vulnerabili, nonostante i tentativi di diversificazione e ridimensionamento della presenza in Russia.
Sul fronte europeo, la strategia si orienta verso un utilizzo mirato dei beni russi congelati: circa 300 miliardi di dollari di riserve valutarie della Banca centrale russa e asset di oligarchi e società sotto sanzione sono stati bloccati nei paesi dell’Unione e del G7. Una parte di questi fondi dovrebbe servire per finanziare la ricostruzione dell’Ucraina e per sostenere il bilancio di Kiev. Si tratta di una mossa senza precedenti, che apre però un contenzioso internazionale complesso: dal punto di vista giuridico, l’utilizzo di beni sovrani pone interrogativi sulla compatibilità con il diritto internazionale e sulla possibilità di ritorsioni future.
Mosca ha già reagito con durezza, accusando Bruxelles e Washington di “furto” e promettendo contromisure. La nuova fase della guerra finanziaria si traduce così in una corsa a blindare risorse e a trattenere capitali: da una parte l’UE che tenta di mobilitare fondi congelati a scopo politico, dall’altra la Russia che congela i capitali stranieri all’interno del suo territorio.
Le imprese occidentali, strette in questa tenaglia, affrontano un doppio rischio: la perdita di asset già congelati in Russia e la difficoltà di accedere ai fondi russi nei paesi europei, che potrebbero essere usati per finalità geopolitiche. A ciò si aggiunge l’incertezza normativa, con cambiamenti improvvisi delle regole e delle procedure, che rendono quasi impossibile pianificare strategie di lungo periodo.
Per l’Italia e per l’Europa in generale, la nuova fase dello scontro finanziario segna un ulteriore passo verso la frammentazione dei mercati globali: non solo guerre commerciali e tecnologiche, ma anche veri e propri sequestri incrociati di beni e capitali, che rischiano di minare la fiducia negli investimenti internazionali e di ridisegnare i flussi finanziari globali. In questo scenario, la politica economica si intreccia con la geopolitica in modo sempre più indissolubile, lasciando le imprese a gestire un terreno minato dove la variabile principale non è più il mercato, ma la volontà dei governi.

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