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Petrolio in rialzo dopo i nuovi attacchi tra Usa e Iran: traffico ai minimi nello Stretto di Hormuz

7 set
Tempo di lettura: 3 min

Torna a salire la tensione sui mercati energetici dopo la nuova escalation militare tra Stati Uniti e Iran, con il prezzo del petrolio nuovamente sotto pressione e il traffico commerciale nello Stretto di Hormuz ridotto ai minimi. Gli ultimi attacchi reciproci hanno riacceso i timori per la sicurezza delle rotte marittime del Golfo Persico, uno dei punti più delicati dell'intero sistema energetico mondiale. Dopo settimane caratterizzate da tentativi diplomatici e improvvise fiammate delle quotazioni, gli operatori tornano così a incorporare un significativo premio geopolitico nei prezzi del greggio, mentre compagnie di navigazione e operatori energetici valutano con crescente cautela l'attraversamento dell'area.


Il nuovo deterioramento della situazione arriva dopo una fase nella quale erano emerse speranze per una normalizzazione dei transiti. La ripresa degli attacchi tra Washington e Teheran ha però modificato nuovamente lo scenario. L'Iran ha rivendicato un'azione contro un'unità militare americana nello Stretto, circostanza negata dagli Stati Uniti, mentre Washington ha colpito obiettivi collegati al settore petrolifero iraniano. Teheran ha inoltre prospettato l'istituzione di una zona di esclusione per determinate imbarcazioni, aumentando ulteriormente l'incertezza per il trasporto commerciale. In un contesto così instabile, anche singoli episodi militari possono provocare reazioni immediate sulle quotazioni dell'energia.


La centralità di Hormuz deriva dalle enormi quantità di petrolio e gas che normalmente attraversano questo passaggio tra il Golfo Persico e il Golfo dell'Oman. Dalla rotta dipendono le esportazioni di alcuni dei maggiori produttori mondiali e qualsiasi riduzione prolungata dei transiti può sottrarre al mercato volumi difficilmente sostituibili in tempi brevi. Il problema non riguarda soltanto la disponibilità fisica del greggio. L'aumento dei rischi determina infatti rincari dei premi assicurativi, costi maggiori per il trasporto marittimo e difficoltà nella programmazione delle consegne, trasferendo progressivamente la pressione lungo tutta la filiera energetica internazionale.


Il mercato petrolifero era già entrato nell'estate in una condizione di forte vulnerabilità. Nel corso di luglio il greggio aveva superato quota 100 dollari al barile in alcune fasi della crisi, mentre nelle settimane successive le quotazioni avevano mostrato forti oscillazioni in funzione delle notizie provenienti dal Golfo. Alla fine di agosto il Brent era tornato nell'area dei 90 dollari, sostenuto proprio dai nuovi attacchi tra Stati Uniti e Iran. A rendere il quadro ancora più delicato contribuiscono le difficoltà che interessano altre rotte strategiche, dal Mar Rosso al Mar Nero, con una parte rilevante delle forniture mondiali esposta contemporaneamente a rischi geopolitici e logistici.


Le conseguenze più sensibili non riguardano soltanto il prezzo del greggio. Il mercato dei prodotti raffinati, in particolare quello del gasolio, sta mostrando tensioni ancora più marcate. Le difficoltà nelle forniture provenienti dal Golfo Persico e dalla Russia hanno creato una carenza significativa sul mercato internazionale del diesel, mentre le scorte disponibili risultano limitate. Una situazione che può tradursi in costi più elevati per autotrasporto, industria e agricoltura e, indirettamente, in nuove pressioni sui prezzi al consumo. Anche il gas naturale europeo rimane esposto agli sviluppi della crisi, perché attraverso Hormuz transitano importanti flussi di gas naturale liquefatto destinati ai mercati internazionali.


Per l'Europa il rischio è particolarmente delicato. Un aumento persistente delle quotazioni energetiche potrebbe riaprire il fronte dell'inflazione proprio mentre le economie del continente cercano di consolidare la crescita. Energia e carburanti più costosi incidono sui bilanci delle famiglie e aumentano i costi delle imprese, con effetti che possono propagarsi rapidamente alla logistica, alla produzione industriale e ai servizi. Le banche centrali sono quindi costrette a osservare anche l'evoluzione geopolitica: uno shock energetico prolungato potrebbe modificare le aspettative sull'inflazione e rendere più complessa la gestione della politica monetaria.


L'attenzione resta concentrata sulla possibilità che Washington e Teheran riescano a riaprire uno spazio negoziale capace di garantire una maggiore sicurezza della navigazione. Il mercato ha già dimostrato di reagire rapidamente a ogni segnale di distensione, facendo arretrare il greggio quando aumentano le probabilità di una normalizzazione dei transiti. La nuova escalation conferma però quanto sia fragile questo equilibrio. Con il traffico attraverso Hormuz ai minimi e il confronto militare ancora aperto, il prezzo dell'energia resta strettamente legato agli sviluppi nel Golfo Persico, trasformando ogni nuovo attacco o iniziativa diplomatica in un potenziale fattore di forte volatilità per mercati, imprese e consumatori.

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