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Petrolio e inflazione scuotono i mercati: Asia in rosso, Brent oltre 106 dollari e Borse europee in recupero

58 minuti fa
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I mercati finanziari tornano a fare i conti con il rischio inflazione, alimentato dalla nuova impennata dei prezzi dell'energia e dalle persistenti tensioni geopolitiche in Medio Oriente. La giornata dell'11 settembre si è aperta con forti vendite sulle Borse asiatiche, mentre il petrolio, pur rallentando dopo il rally delle sedute precedenti, è rimasto su livelli particolarmente elevati. Il Brent è sceso in mattinata verso 106,5 dollari al barile, dopo avere superato quota 107 e toccato livelli ancora superiori nella seduta precedente, mentre il Wti americano si è mantenuto sopra i 101 dollari. Quotazioni che continuano a preoccupare gli investitori per le possibili conseguenze sui prezzi al consumo, sulla crescita economica e sulle future decisioni delle banche centrali.


La pressione è risultata evidente soprattutto in Asia. Tokyo ha terminato la seduta con il Nikkei in calo di circa il 2%, mentre il Kospi sudcoreano ha perso quasi l'1,8%. In flessione anche Hong Kong e Shanghai. A pesare sono stati il rincaro dell'energia e l'aumento dei rendimenti obbligazionari internazionali, due fattori che penalizzano in particolare i titoli tecnologici e le società caratterizzate da valutazioni elevate. Il mercato teme che un petrolio stabilmente sopra i 100 dollari possa riaccendere le pressioni inflazionistiche proprio quando le principali economie mondiali devono ancora completare il percorso di normalizzazione dei prezzi.


Dietro la corsa del greggio rimane soprattutto il Medio Oriente. Le tensioni lungo alcune delle principali rotte energetiche mondiali hanno aumentato il premio per il rischio incorporato nelle quotazioni, mentre gli operatori valutano la possibilità di nuove interruzioni delle forniture. Il Brent ha accumulato un forte rialzo nell'arco della settimana e anche il gas naturale europeo è tornato sotto pressione, riportando al centro dell'attenzione la vulnerabilità energetica del continente. Per famiglie e imprese il problema non riguarda soltanto il costo alla pompa: petrolio e gas più cari possono trasferirsi sui trasporti, sulla produzione industriale, sulla logistica e, progressivamente, sui prezzi finali di numerosi beni e servizi.


In Europa il quadro è però migliorato nel corso della giornata. Dopo la debolezza asiatica, le principali piazze hanno aperto in territorio positivo, beneficiando del parziale arretramento del greggio. Milano ha inizialmente guadagnato circa lo 0,6%, insieme ai progressi di Parigi, Francoforte e Madrid. Nel pomeriggio il Ftse Mib ha accelerato oltre l'1%, sostenuto anche dalla pubblicazione dei dati sull'inflazione statunitense. Ad agosto l'indice generale dei prezzi negli Stati Uniti è cresciuto del 3,4% su base annua, in linea con le attese, mentre la componente core si è attestata al 2,4%. Il dato mensile core, leggermente superiore alle previsioni, ha comunque mantenuto elevata l'attenzione sulla prossima riunione della Federal Reserve.


Il nodo centrale resta infatti la politica monetaria. La Banca centrale europea ha appena aumentato i tassi di interesse di 25 punti base, portandoli al 2,5%, mentre Christine Lagarde ha richiamato l'attenzione sui rischi di un'inflazione ancora superiore all'obiettivo. Negli Stati Uniti il mercato considera sempre più concreta la possibilità di un intervento restrittivo della Federal Reserve. I rendimenti obbligazionari riflettono questo scenario: il Treasury decennale si è avvicinato alla soglia psicologica del 5%, mentre anche i titoli di Stato europei restano sensibili alle aspettative sui tassi. Per le Borse significa confrontarsi contemporaneamente con energia costosa e costo del denaro elevato, una combinazione che può comprimere i margini delle imprese e rallentare investimenti e consumi.


A Wall Street, tuttavia, la reazione al dato sui prezzi è stata inizialmente positiva. Il Dow Jones, il Nasdaq e l'S&P 500 hanno aperto in rialzo, interpretando l'inflazione complessiva in linea con le previsioni come un elemento di relativa stabilizzazione. Resta però una forte differenza tra la fotografia del dato corrente e i rischi dei prossimi mesi: se il rincaro del petrolio dovesse trasferirsi in maniera persistente sui carburanti e sugli altri beni, il processo di disinflazione potrebbe interrompersi. Negli Stati Uniti il prezzo medio del gasolio ha inoltre superato la soglia dei 6 dollari al gallone, mostrando quanto rapidamente lo shock energetico possa arrivare all'economia reale.


La nuova fase dei mercati ruota quindi intorno a un equilibrio particolarmente delicato tra petrolio, inflazione, rendimenti obbligazionari e tassi di interesse. Il parziale recupero delle Borse europee e l'apertura positiva di Wall Street non cancellano la tensione emersa sui mercati asiatici. Finché il greggio resterà su livelli così elevati, ogni indicazione proveniente dal Medio Oriente, dalle banche centrali e dai dati sui prezzi potrà provocare movimenti significativi su azioni, obbligazioni e valute, riportando l'energia al centro delle strategie degli investitori internazionali.

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