Arte e algoritmi, la creatività rischia di diventare una performance permanente

Che cosa accade all’arte quando la visibilità non dipende più soltanto dal pubblico, ma anche da sistemi algoritmici che selezionano, ordinano e raccomandano? A Festivaletteratura Alberto “Bebo” Guidetti, Espérance Hakuzwimana e Lorenzo Fantoni affrontano un passaggio decisivo dell’economia culturale: la trasformazione della creatività in una performance continua, nella quale l’autore deve produrre opere ma anche costruire incessantemente la propria presenza.
Il concetto centrale è la performatività. Le piattaforme non si limitano a distribuire contenuti: modificano i comportamenti di chi li produce e di chi li consuma. Spotify Wrapped è un esempio efficace. Sapendo che gli ascolti verranno trasformati in una rappresentazione pubblica dell’identità musicale, alcuni utenti finiscono per scegliere cosa ascoltare anche in funzione dell’immagine che desiderano restituire.
Se il pubblico agisce sotto lo sguardo dell’algoritmo, la stessa pressione raggiunge inevitabilmente gli artisti. La domanda diventa allora se si continui a scrivere, comporre e creare per un’esigenza espressiva oppure se una parte crescente della produzione venga calibrata per soddisfare le metriche delle piattaforme. La ricerca della visibilità rischia di incorporarsi nell’opera prima ancora che questa incontri il mercato.
Espérance Hakuzwimana rivendica la necessità di non scrivere per la macchina. Un libro deve poter accompagnare l’autore per anni e non essere consumato soltanto nel breve ciclo della tendenza. Guidetti sottolinea parallelamente che le piattaforme musicali non sono vetrine neutrali: orientano percorsi e trasformano l’attenzione in valore economico. Nell’epoca algoritmica la libertà creativa passa anche dalla capacità di riconoscere chi decide ciò che merita di essere visto.






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