Ritradurre i classici significa rimetterli in movimento

Un classico non è un oggetto immobile e una traduzione non è una soluzione definitiva. A Festivaletteratura Carmen Gallo e Vincenzo Latronico, in dialogo con Marta Olivi, affrontano il tema della ritraduzione partendo dalla propria esperienza con Shakespeare, T.S. Eliot, Dumas, Wilde, Fitzgerald e Orwell. Il punto di partenza è apparentemente semplice: se un testo continua a essere ritradotto, significa che continua a vivere.
Ogni nuova versione può però incontrare resistenze. I lettori sviluppano un rapporto affettivo con le parole attraverso cui hanno conosciuto un’opera e tendono a identificare quella specifica traduzione con l’originale stesso. Cambiare un titolo o una frase cristallizzata nella memoria collettiva può quindi essere percepito come una perdita, anche quando la nuova scelta apre possibilità interpretative differenti.
Gallo e Latronico contestano l’idea della traduzione come scienza esatta. Esistono errori verificabili, ma non una corrispondenza perfetta capace di trasferire integralmente un testo da una lingua all’altra. Ogni soluzione seleziona significati, ritmi, ambiguità e registri. La ritraduzione rende visibile proprio questo margine di decisione e consente a versioni diverse di coesistere.
Il problema riguarda anche il modo in cui immaginiamo i classici. Una patina antiquata può sembrare sinonimo di autorevolezza, ma ogni opera canonica è stata, nel momento in cui è nata, radicalmente contemporanea. Restituirle vitalità significa evitare che venga chiusa in una teca linguistica. Tradurre per il pubblico presente e per quello futuro è quindi un atto culturale e anche politico: decide quali sfumature rendere udibili e quali distanze mantenere. L’impossibilità della traduzione perfetta non è un fallimento, ma la ragione per cui i classici possono continuare a generare nuove letture.






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