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Natasha Brown, quando le parole diventano infrastrutture del potere

11 set
Tempo di lettura: 1 min
Natasha Brown a Festivaletteratura

Un lingotto d’oro usato come arma e poi rubato è il detonatore narrativo con cui Natasha Brown apre “Universality”. Ma il vero oggetto dell’indagine non è il metallo prezioso: sono le parole, la loro capacità di produrre consenso, deformare la percezione e costruire rapporti di forza. Nel dialogo con Nadeesha Uyangoda a Festivaletteratura, la scrittrice britannica mette al centro il linguaggio come infrastruttura del potere contemporaneo.


Il romanzo assume inizialmente la forma di un articolo d’inchiesta e utilizza una struttura a più livelli. La scelta non è soltanto stilistica. Brown mette in discussione la presunta superiorità del discorso giornalistico rispetto alla finzione e mostra quanto ogni racconto dipenda da selezione, montaggio, prospettiva e interessi. L’idea di una cronaca capace di restituire una realtà incontaminata viene così sottoposta a una critica radicale.


“Universality” si muove in un ecosistema nel quale piattaforme, media e identità politiche competono per definire il significato degli eventi. Le parole non descrivono semplicemente ciò che accade: possono organizzare il campo entro cui un fatto diventa leggibile, scandaloso, accettabile o redditizio. La manipolazione del linguaggio entra quindi direttamente nelle dinamiche economiche e sociali dell’influenza.


Emblematica è Lenny, editorialista populista e anti-woke, capace di trasformare provocazioni e idee controverse in una voce pubblica riconoscibile. Brown evita di ridurla a una caricatura: proprio la sua ambiguità rende evidente il meccanismo attraverso cui una posizione può acquistare forza grazie alla forma linguistica con cui viene confezionata. La polifonia del romanzo non offre una verità unica, ma costringe il lettore a osservare come la realtà venga continuamente negoziata.


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