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Niccolò Ammaniti, crescere significa rompere il destino

4 ore fa
Tempo di lettura: 3 min
A Festivaletteratura lo scrittore racconta Il custode tra adolescenza, mito, memoria e lettura come esercizio di libertà.
A Festivaletteratura lo scrittore racconta Il custode tra adolescenza, mito, memoria e lettura come esercizio di libertà.

A Festivaletteratura, Niccolò Ammaniti torna a confrontarsi con uno dei territori più riconoscibili della sua narrativa: il momento in cui l’infanzia smette di essere un rifugio e il mondo degli adulti comincia a mostrare crepe, segreti e colpe. Nell’incontro con Gaia Manzini, lo scrittore parte da Il custode, pubblicato da Einaudi nel 2026, per attraversare le sue storie, da Io non ho paura al cinema e alla lettura.

Al centro del nuovo libro c’è Nilo, tredicenne che vive a Triscina, in Sicilia, con la madre Agata e la zia Rosi. La sua famiglia porta avanti da generazioni un compito indicibile: custodire una creatura rinchiusa in casa, dietro una porta serrata da più lucchetti. Per Nilo quella presenza non è una scoperta, ma una normalità. È cresciuto sapendo che il segreto esiste e che la vita familiare ruota intorno a esso. Qui Ammaniti rovescia il meccanismo di Io non ho paura: Michele scopre gradualmente l’orrore nascosto dagli adulti e mette in crisi il rapporto con i genitori; Nilo nasce invece dentro il segreto e solo con l’adolescenza comincia a domandarsi se quella tradizione sia davvero il suo destino.

Per Ammaniti, i tredici anni sono una soglia narrativa. È l’età in cui l’ordine ricevuto può ancora sembrare naturale, ma iniziano ad aprirsi squarci di libertà. Nel caso di Nilo questo accade attraverso l’incontro con Arianna, una donna che introduce nella sua vita il desiderio e la possibilità di immaginare un’esistenza diversa. La pubertà diventa così il momento in cui ciò che sembrava immutabile perde autorità. Il mondo può estendersi oltre la casa, la famiglia e il compito assegnato.

Il tema della custodia assume però un significato ambiguo. Custodire significa proteggere, avere cura, assumersi una responsabilità. Ma significa anche trattenere, impedire una fuga, creare una dipendenza reciproca. Il custode finisce per essere a sua volta prigioniero di ciò che sorveglia. Ammaniti collega questa tensione anche alle relazioni affettive: persino l’amore, quando diventa bisogno assoluto dell’altro, può trasformarsi da promessa di libertà in forma di possesso.

Dietro questa costruzione narrativa agisce il mito, che per Ammaniti rappresenta una matrice profonda dell’immaginazione. Le creature mitologiche, spesso nate dalla fusione di esseri diversi, rendono visibile ciò che non sappiamo spiegare: paura, desiderio, trasformazione. Nel romanzo il soprannaturale non irrompe dall’esterno, ma abita la casa, appartiene alla famiglia, diventa parte della quotidianità. È questa familiarità con l’inspiegabile a rendere credibile il perturbante.

Il legame tra famiglia e tradizione nasce anche da un ricordo personale: una casa al mare in cui le generazioni lasciavano oggetti, libri e tracce che nessuno osava eliminare. Da qui l’idea di trasformare l’eredità familiare in qualcosa di concreto e vivente, capace di pesare sulle scelte di chi viene dopo.

Anche Triscina entra nel romanzo attraverso il cinema. Ammaniti aveva conosciuto quel tratto di costa siciliana durante la lavorazione della serie Anna, tratta dal suo romanzo. Le case lungo la spiaggia, il paesaggio quasi svuotato d’inverno e l’atmosfera sospesa gli erano rimasti impressi. Le riprese furono poi sconvolte dall’arrivo della pandemia e il set dovette fermarsi. Quel paesaggio, però, rimase nella sua memoria fino a diventare lo spazio ideale per una nuova storia.

Nel dialogo emerge anche il ruolo della musica. Le canzoni entrano nella storia come strumenti emotivi: nel cinema una colonna sonora può trasformare un’immagine, mentre nella vita reale basta riascoltare un brano per essere riportati a un’età, a un luogo, a una sensazione che sembrava perduta.

A questa memoria sonora si affianca quella costruita dai libri. Per Ammaniti la lettura è una forma di fuga, ma non un semplice allontanamento dalla realtà. Leggere significa entrare nella vita di qualcun altro, dimenticare per un momento la centralità del proprio io e tornare poi alla propria esperienza con uno sguardo più ampio. In un tempo dominato dall’esposizione continua di sé e dalla ricerca di conferme, la letteratura lascia invece spazio all’imprevisto, all’ignoto e alle vite degli altri.

È qui che lo scrittore individua una responsabilità della letteratura: custodire il passato. I libri mantengono vive esperienze, errori, paure e trasformazioni che altrimenti rischiano di essere dimenticati. Leggere diventa quindi anche un esercizio di memoria e di empatia, una possibilità di comprendere ciò che è accaduto prima di noi e di riconoscere le conseguenze della perdita di memoria collettiva.

Tra mostri domestici, adolescenza, cinema, musica e memoria, l’incontro restituisce il laboratorio narrativo di Ammaniti come un ecosistema chiuso e insieme imprevedibile. Nei suoi romanzi creature, desideri e conflitti sono costretti a convivere finché non trovano un equilibrio. E torna sempre la stessa domanda: quanto di ciò che ereditiamo dobbiamo proteggere, e quanto invece dobbiamo avere il coraggio di lasciare andare?

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