Quando le parole diventano potere: Natasha Brown e il linguaggio mai neutrale

Nel Teatro Bibiena di Mantova, il confronto tra Natasha Brown e Nadeesha Uyangoda ha trasformato una domanda apparentemente semplice – il linguaggio è mai neutrale? – in un’indagine sui meccanismi con cui le parole costruiscono reputazioni, orientano il giudizio e ridisegnano i rapporti di potere. Al centro dell’incontro di Festivaletteratura 2026 c’era Universality, il secondo romanzo della scrittrice britannica, un libro che usa la finzione narrativa per interrogare il giornalismo, la politica, l’economia e il modo in cui una storia cambia a seconda di chi la racconta.
Il romanzo prende avvio da un fatto violento e grottesco: un uomo viene colpito alla testa con un lingotto d’oro. Da quell’episodio nasce un’indagine giornalistica che si allarga fino a coinvolgere un banchiere, una giovane freelance, una celebre opinionista e un ambiente politico e culturale attraversato da conflitti ideologici. Brown costruisce la trama come un sistema di prospettive concorrenti. Nessun personaggio possiede interamente la verità e ciascuno tende a percepirsi come protagonista della propria storia, mai come il “cattivo” che gli altri potrebbero vedere.
È proprio questa molteplicità a rendere Universality un romanzo sul potere del racconto. Brown ha spiegato di aver voluto lavorare su personaggi diversi, capaci di portare nel libro linguaggi, interessi e forme di autorappresentazione differenti. La realtà non emerge come un oggetto immobile da descrivere, ma come il risultato di una competizione tra narrazioni. Chi dispone degli strumenti retorici più efficaci può imporre la propria versione, scegliere quali dettagli mettere in luce e quali lasciare ai margini.
Nel dialogo con Uyangoda, uno dei passaggi centrali ha riguardato il rapporto fra scrittura giornalistica e scrittura narrativa. Una parte del romanzo assume la forma di un lungo reportage. Brown ha raccontato che proprio questa scelta aveva sollevato dubbi durante la lavorazione. Davanti a un’inchiesta giornalistica tendiamo a cercare fatti verificabili e a concedere fiducia a chi racconta; nella narrativa siamo invece allenati a sospettare, a cercare ciò che manca e a domandarci quale interesse condizioni la voce che abbiamo davanti.
La questione diventa ancora più forte quando entra in scena il sistema contemporaneo dell’informazione. Brown, che prima di dedicarsi alla letteratura ha studiato matematica a Cambridge e lavorato per oltre un decennio nella finanza, osserva con attenzione il modo in cui economia e linguaggio si sostengono reciprocamente. Nel mondo digitale il contenuto giornalistico deve attirare attenzione, generare traffico, trattenere il lettore. L’informazione compete con un flusso continuo di contenuti prodotti per catturare tempo e reazioni, mentre la notizia rischia di diventare una merce il cui valore dipende anche dalla capacità di circolare.
Il personaggio della giovane giornalista freelance rende visibile questa trasformazione. È precaria, economicamente fragile, costretta a emergere in un mercato saturo, ma proprio grazie alla storia che racconta riesce a conquistare spazio e riconoscibilità. Brown evita di rappresentarla soltanto come vittima: la mostra anche mentre impara a sfruttare le regole del sistema. La precarietà non elimina l’ambizione, e l’essere sottoposti a un meccanismo di potere non impedisce di utilizzarlo quando se ne presenta l’occasione.
Ancora più esplicito è il caso di Lenny, opinionista provocatoria e abilissima nel dominare il dibattito. La sua forza non dipende solo dalle idee che sostiene, ma dal modo in cui le confeziona. Sa creare conflitto e identificazione; sa insinuare una premessa prima ancora che il pubblico si accorga di averla accettata. Brown ha sottolineato di non aver voluto costruire una caricatura immediatamente detestabile. Per funzionare, un personaggio del genere deve essere credibile, a tratti persino divertente, capace di costringere anche chi la rifiuta a continuare ad ascoltare.
Qui il tema del romanzo diventa particolarmente attuale. Il linguaggio non è soltanto ciò che diciamo, ma il dispositivo con cui rendiamo alcune interpretazioni più plausibili di altre. La scelta di una parola, l’ordine dei fatti, il tono, l’ironia, l’omissione e la ripetizione possono cambiare la percezione di uno stesso evento senza modificare formalmente ciò che è accaduto. La manipolazione più efficace non ha sempre bisogno della menzogna: può nascere dalla selezione, dalla gerarchia e dalla cornice.
La conversazione al Bibiena ha mostrato come Universality, inserito nella longlist del Booker Prize 2025, non cerchi una risposta rassicurante sulla neutralità delle parole. Il lettore è spinto a osservare come nasce un discorso, chi lo diffonde, quale pubblico vuole conquistare e quali interessi rafforza. È in quello spazio, dietro la superficie delle frasi, che Brown colloca il centro della narrativa: il punto in cui il linguaggio smette di apparire trasparente e rivela la struttura di potere che lo rende efficace.






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