top of page

Netanyahu e il 7 ottobre, il caso dei presunti avvertimenti dagli Emirati: il premier israeliano smentisce

8 set
Tempo di lettura: 3 min

Una nuova ricostruzione riapre in Israele il delicatissimo capitolo delle responsabilità precedenti all’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023. Secondo quanto riportato dalla stampa israeliana sulla base di un libro-inchiesta dei giornalisti Shlomi Eldar e Ruth Yuval, circa dieci giorni prima dell’offensiva il presidente degli Emirati Arabi Uniti Mohammed bin Zayed Al Nahyan avrebbe personalmente avvertito il primo ministro Benjamin Netanyahu che il leader di Hamas a Gaza, Yahya Sinwar, stava preparando una grande operazione contro Israele. L’ufficio del premier ha respinto integralmente questa versione, definendola una «menzogna totale» e sostenendo che Netanyahu non avrebbe avuto alcuna conversazione con il presidente emiratino nel periodo indicato e non avrebbe ricevuto da lui alcun avvertimento.


La ricostruzione descrive una telefonata durata circa 45 minuti alla fine di settembre 2023. Bin Zayed avrebbe riferito al premier israeliano che Sinwar stava preparando un’azione capace di provocare un forte spargimento di sangue, destabilizzare la regione e mettere a rischio anche il processo diplomatico avviato con gli Accordi di Abramo. L’informazione sarebbe maturata attraverso una complessa rete di contatti regionali e un intermediario palestinese vicino a diversi interlocutori. Secondo questa versione, Sinwar avrebbe fatto riferimento a una possibile grande sorpresa, descritta come un «terremoto», qualora i negoziati indiretti allora in corso non avessero prodotto risultati. Non sarebbe però stato indicato con precisione un attacco delle dimensioni e delle modalità poi osservate il 7 ottobre.


Il quadro assume particolare rilevanza perché in quel periodo erano in corso contatti indiretti finalizzati a raggiungere una tregua di lungo periodo con Hamas. Tra le ipotesi discusse figuravano misure economiche per Gaza, l’aumento dei permessi di lavoro concessi ai palestinesi, interventi sulle restrizioni imposte alla Striscia e progetti infrastrutturali. La convinzione prevalente in parte dell’apparato israeliano era che Hamas potesse essere contenuta attraverso una combinazione di deterrenza militare e incentivi economici. L’attacco del 7 ottobre dimostrò drammaticamente l’errore di quella valutazione: circa 1.200 persone furono uccise in Israele e 251 vennero prese in ostaggio, dando inizio alla guerra che avrebbe trasformato gli equilibri dell’intero Medio Oriente.


Secondo l’inchiesta, inoltre, quello proveniente dagli Emirati non sarebbe stato l’unico segnale ricevuto prima dell’offensiva. Anche ambienti dell’intelligence egiziana avrebbero trasmesso informazioni su movimenti anomali e sulla possibilità che Hamas stesse preparando qualcosa di rilevante. Proprio la natura, la precisione e la gestione di questi avvertimenti rappresentano da tempo uno dei punti più controversi del dibattito israeliano sulle responsabilità del 7 ottobre. Una cosa è infatti ricevere informazioni generiche sulla possibilità di un’escalation, un’altra disporre di elementi sufficientemente precisi da consentire di prevedere un attacco coordinato su larga scala. La nuova ricostruzione rende ancora più importante stabilire quali informazioni fossero effettivamente disponibili e a chi fossero state comunicate.


La smentita dell’ufficio di Netanyahu è categorica. Il premier non avrebbe ricevuto l’avvertimento attribuito a Mohammed bin Zayed e la telefonata descritta dalle fonti non sarebbe avvenuta. Anche Ronen Bar, allora direttore dello Shin Bet, e Herzi Halevi, all’epoca capo di Stato maggiore delle Forze di difesa israeliane, hanno dichiarato di non essere stati informati di un simile messaggio proveniente dal presidente degli Emirati. La vicenda presenta dunque versioni apertamente contrastanti, con accuse di enorme peso politico che, allo stato attuale, non possono essere considerate fatti definitivamente accertati. La posizione degli Emirati, intanto, non ha fornito una conferma pubblica della ricostruzione.


Le rivelazioni arrivano in un momento politicamente sensibile per Israele e alimentano nuovamente la discussione sulla creazione di una commissione statale d’inchiesta sulle responsabilità che precedettero il 7 ottobre. L’ex premier Naftali Bennett ha sostenuto la sostanziale veridicità della ricostruzione e ha accusato Netanyahu di una grave responsabilità personale, mentre altri esponenti dell’opposizione chiedono da tempo un’indagine indipendente sulle decisioni politiche e militari assunte prima dell’attacco. Il tema è destinato a pesare anche sul confronto elettorale israeliano, perché investe direttamente la principale promessa sulla quale Netanyahu aveva costruito per anni la propria leadership: la capacità di garantire la sicurezza nazionale.


A quasi tre anni dal 7 ottobre, il confronto non riguarda quindi soltanto gli errori dell’intelligence israeliana, già ampiamente analizzati, ma si sposta sul livello politico e sulla circolazione delle informazioni tra governo, apparati di sicurezza e partner regionali. Accertare se Netanyahu abbia realmente ricevuto un avvertimento diretto dagli Emirati, quale fosse il suo contenuto e come sia stato eventualmente valutato diventa essenziale per ricostruire la catena delle decisioni che precedette l’attacco. È su questo terreno, tra testimonianze, documenti, smentite e responsabilità istituzionali, che si concentra ora una delle controversie più sensibili della politica israeliana.

Commenti


Le ultime notizie

bottom of page