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La Cina valuta una stretta sull’export dei modelli di intelligenza artificiale più avanzati

21 lug
Tempo di lettura: 3 min

La Cina sta valutando l’introduzione di controlli più severi sull’esportazione delle proprie tecnologie di intelligenza artificiale, con particolare attenzione ai modelli più avanzati, ai dati utilizzati per il loro addestramento e alle conoscenze strategiche collegate alla progettazione dei semiconduttori. L’ipotesi allo studio segnala un cambiamento rilevante nella competizione tecnologica globale: dopo anni trascorsi a denunciare le restrizioni imposte dagli Stati Uniti sull’accesso ai chip più potenti, Pechino potrebbe adottare strumenti analoghi per impedire che le innovazioni sviluppate dalle aziende cinesi finiscano sotto il controllo di gruppi occidentali o vengano impiegate per rafforzare concorrenti stranieri.


Il dossier sarebbe seguito dal ministero del Commercio cinese, che avrebbe avviato consultazioni con alcune delle maggiori società tecnologiche nazionali per valutare quali tecnologie proteggere e con quali modalità. Tra le ipotesi considerate figurano limiti al trasferimento oltreconfine dei dati essenziali per l’addestramento, restrizioni alla possibilità di scaricare dall’estero i cosiddetti pesi dei modelli e controlli sulle operazioni societarie che potrebbero comportare il passaggio di proprietà intellettuale, personale qualificato e competenze sensibili. L’accesso ai servizi potrebbe rimanere consentito attraverso piattaforme controllate dalle aziende cinesi, mentre diventerebbe più difficile trasferire integralmente il modello e modificarlo su infrastrutture straniere.


La distinzione è decisiva perché molti sistemi sviluppati in Cina sono stati distribuiti con formule relativamente aperte, favorendone la rapida diffusione tra ricercatori, sviluppatori e imprese internazionali. I modelli cinesi hanno guadagnato spazio grazie a costi contenuti, buone prestazioni e possibilità di personalizzazione, diventando un’alternativa alle soluzioni proprietarie offerte dai principali gruppi americani. Una stretta sull’esportazione potrebbe ridurre questo vantaggio, ma consentirebbe a Pechino di tutelare tecnologie ormai considerate essenziali per la sicurezza nazionale, la produttività industriale, la ricerca scientifica e lo sviluppo di applicazioni militari.


Le autorità starebbero valutando anche misure relative ai semiconduttori, con l’obiettivo di impedire che società straniere utilizzino progetti, architetture o processi sviluppati in Cina senza un’apposita autorizzazione. Un altro fronte riguarda le acquisizioni internazionali di startup attive nell’intelligenza artificiale, soprattutto nei settori degli agenti autonomi, dei modelli generativi e dei sistemi capaci di eseguire compiti complessi con un intervento umano limitato. Il timore è che operazioni formalmente realizzate attraverso società registrate all’estero possano determinare la cessione indiretta di tecnologie nate all’interno dell’ecosistema cinese.


La possibile revisione si inserisce in una fase di forte crescita delle capacità tecnologiche del Paese. Le imprese cinesi hanno progressivamente ridotto il divario con i concorrenti statunitensi, nonostante i limiti all’importazione dei processori più sofisticati e delle apparecchiature necessarie alla produzione di chip avanzati. Le restrizioni occidentali hanno spinto il settore a investire nell’ottimizzazione degli algoritmi, nello sviluppo di hardware nazionale e nella costruzione di un ecosistema più autonomo. Pechino teme ora che i progressi ottenuti possano essere assorbiti dalle economie rivali proprio mentre l’intelligenza artificiale assume un ruolo centrale nella competizione geopolitica.


La scelta presenta tuttavia rischi significativi. Diverse aziende tecnologiche cinesi avrebbero manifestato preoccupazione per l’effetto di eventuali controlli troppo rigidi sulla capacità di competere nei mercati internazionali. La distribuzione globale dei modelli ha infatti consentito alle società del Paese di conquistare utenti, attrarre sviluppatori e imporre standard tecnologici propri. Limitare eccessivamente questa circolazione potrebbe favorire i concorrenti americani ed europei, rallentare la collaborazione scientifica e rendere meno attraenti le piattaforme cinesi per le imprese straniere.


Il confronto riguarda quindi il delicato equilibrio tra protezione tecnologica e apertura commerciale. Il governo cinese dovrà decidere se privilegiare la diffusione internazionale delle proprie soluzioni oppure trattare i modelli più sofisticati come beni strategici sottoposti a licenza. Le nuove disposizioni potrebbero essere inserite nel catalogo nazionale delle tecnologie soggette a controllo, già utilizzato per limitare l’esportazione di competenze industriali considerate sensibili. Al momento non sarebbe stata adottata una decisione definitiva e le autorità starebbero raccogliendo le osservazioni delle imprese prima di stabilire l’ampiezza delle restrizioni.


La possibile stretta mostra come la rivalità tra Washington e Pechino stia superando il terreno dei chip per estendersi direttamente agli algoritmi, ai dati e ai modelli. La competizione non riguarda più soltanto la disponibilità della potenza di calcolo, ma anche la capacità di controllare la circolazione delle conoscenze che consentono di trasformarla in prodotti e servizi. In questo scenario, l’intelligenza artificiale rischia di essere divisa in ecosistemi nazionali sempre più separati, con regole differenti, limitazioni agli scambi e una crescente sovrapposizione tra interessi economici e obiettivi di sicurezza.

Le informazioni sulle consultazioni avviate da Pechino e sulle misure allo studio sono state riscontrate attraverso fonti internazionali aggiornate; al momento si tratta di proposte non ancora definitive.

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