Guerra nel Golfo, nuova escalation tra Stati Uniti e Iran: missili sulla Giordania e petroliere colpite a Hormuz
Nuova e pericolosa escalation militare tra Stati Uniti e Iran nel Golfo, dove gli attacchi delle ultime ore hanno coinvolto basi militari, petroliere e rotte commerciali strategiche. Le forze statunitensi hanno annunciato la distruzione di cinque petroliere iraniane, mentre Teheran ha risposto lanciando missili balistici contro una base utilizzata dalle truppe americane in Giordania e rivendicando attacchi contro dieci navi nell'area dello Stretto di Hormuz. Lo scontro interrompe una fase di relativa calma durata circa un mese e riporta al centro dell'attenzione internazionale il rischio che il conflitto possa estendersi ulteriormente, coinvolgendo direttamente altri Paesi della regione e mettendo sotto pressione le forniture energetiche mondiali.
Secondo il comando centrale americano, l'operazione contro le petroliere iraniane è stata condotta dopo che le Guardie rivoluzionarie iraniane avevano tentato per due volte, nell'arco di pochi giorni, di colpire una nave da guerra della Marina statunitense con missili balistici. Washington sostiene che l'unità abbia evitato gli attacchi senza riportare danni e senza vittime tra il personale. Il segretario di Stato Marco Rubio ha avvertito che nuovi tentativi iraniani contro le navi americane provocheranno ulteriori rappresaglie contro le petroliere di Teheran. Gli Stati Uniti considerano parte della flotta iraniana uno strumento essenziale per finanziare le Guardie rivoluzionarie e i gruppi alleati dell'Iran nella regione.
La risposta iraniana ha interessato direttamente la Giordania. Teheran ha dichiarato di avere lanciato missili balistici contro una base nei pressi di Al Azraq, utilizzata anche dalle forze statunitensi. Le autorità giordane hanno riferito che la difesa aerea ha intercettato 18 dei 20 missili diretti verso il territorio nazionale, mentre gli altri due sarebbero caduti in zone disabitate senza provocare vittime. Fonti iraniane hanno parlato anche dell'impiego di ordigni a grappolo nell'operazione. La Giordania, già coinvolta in precedenti episodi della crisi per la presenza di installazioni americane sul proprio territorio, si ritrova così nuovamente esposta alle conseguenze dirette dello scontro tra Washington e Teheran.
Il fronte più delicato rimane però quello marittimo. Le Guardie rivoluzionarie hanno affermato di avere attaccato dieci navi, tra cui due unità statunitensi e otto petroliere, che avrebbero tentato di attraversare una zona dichiarata pericolosa nei pressi dello Stretto di Hormuz. Le rivendicazioni iraniane sui danni provocati alle unità americane non risultano confermate da Washington. Teheran ha inoltre minacciato le petroliere presenti nei porti di Kuwait e Bahrein, mentre un'unità per il trasporto di gas naturale liquefatto è stata danneggiata nel porto emiratino di Khor Fakkan, anche se non è stata immediatamente accertata la responsabilità dell'attacco. Ogni nuovo episodio aumenta il rischio per il traffico commerciale in uno dei passaggi marittimi più importanti del pianeta.
Lo Stretto di Hormuz rappresenta infatti il vero punto nevralgico economico della crisi. Prima dell'inizio della guerra attraverso questo corridoio transitava circa un quinto del petrolio commercializzato a livello mondiale. Gli Stati Uniti stanno cercando di garantire il passaggio delle navi e contemporaneamente di limitare le esportazioni iraniane, mentre Teheran tenta di imporre restrizioni alla navigazione commerciale. L'intensificazione degli attacchi ha immediatamente avuto conseguenze sulle quotazioni energetiche, con il Brent tornato nell'area dei 100 dollari al barile. Una chiusura prolungata o una forte riduzione dei transiti potrebbe avere ripercussioni molto più ampie, aumentando i costi dell'energia, alimentando nuove pressioni inflazionistiche e colpendo soprattutto le economie maggiormente dipendenti dalle importazioni.
Alla crisi nel Golfo si aggiunge inoltre il deterioramento della situazione nello Yemen, dove è venuta meno la tregua che aveva ridotto per anni l'intensità del conflitto. Gli Houthi, sostenuti dall'Iran, hanno intensificato gli attacchi contro obiettivi sauditi, mentre le forze appoggiate da Riad hanno risposto con nuovi bombardamenti. Il rischio è quello di una progressiva sovrapposizione dei diversi fronti regionali: Iran, Stati Uniti, Giordania, Arabia Saudita e gruppi armati alleati di Teheran sono ormai coinvolti, direttamente o indirettamente, in una catena di azioni e rappresaglie nella quale ogni nuovo attacco può generare una risposta più ampia.
La dimensione energetica rende questa fase particolarmente sensibile anche per l'Europa. Il rialzo del petrolio e l'incertezza sulla sicurezza delle rotte marittime possono trasferirsi rapidamente sui prezzi dei carburanti, sui costi di trasporto e sulle attività industriali. Washington e Teheran sembrano puntare sulla pressione militare ed economica per costringere l'avversario a modificare la propria strategia, ma l'aumento degli attacchi alle infrastrutture energetiche e alle navi commerciali restringe gli spazi di contenimento della crisi. Il controllo delle rotte attraverso Hormuz diventa così uno dei principali terreni dello scontro, mentre il mercato globale dell'energia torna a misurarsi con un rischio geopolitico capace di incidere direttamente su crescita e inflazione.





Commenti