G20 spaccato dalla Cina: salta il comunicato finale tra export di Pechino e nodo dello Stretto di Hormuz
Il G20 delle Finanze si chiude senza un comunicato congiunto, segnando una nuova frattura nei rapporti economici internazionali. Alla riunione di Asheville, in North Carolina, la Cina si è opposta ad alcuni dei passaggi centrali del documento negoziato durante il vertice, impedendo il consenso necessario per l'approvazione finale. La presidenza statunitense ha quindi pubblicato una propria dichiarazione, sostenuta dagli altri partecipanti. Il segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha sottolineato l'isolamento di Pechino, spiegando che il testo aveva raccolto il consenso degli altri 19 membri. Al centro dello scontro sono finite soprattutto le politiche commerciali cinesi, gli squilibri globali, le esportazioni a basso costo e la sicurezza della navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz.
Il confronto più duro ha riguardato la richiesta di contrastare le politiche e pratiche non di mercato considerate responsabili di distorsioni negli scambi internazionali. Pur senza trasformare ogni passaggio in un'accusa esplicita, il riferimento era chiaramente rivolto alla Cina e alla capacità della sua industria di immettere sui mercati internazionali enormi quantità di prodotti a prezzi estremamente competitivi. Washington e diversi partner temono che la sovraccapacità produttiva cinese possa trasferirsi sempre più sui mercati esteri, esercitando pressione sulle industrie di Europa, Stati Uniti e altre economie. Bessent ha sostenuto che un modello fondato sulle esportazioni a basso costo non possa rappresentare una soluzione sostenibile agli squilibri dell'economia mondiale.
Sul tavolo pesa il gigantesco surplus commerciale cinese, arrivato nell'ordine di 1.200 miliardi di dollari e diventato uno dei principali argomenti di confronto tra Pechino e le economie occidentali. Gli Stati Uniti chiedono da tempo alla Cina di riequilibrare il proprio modello aumentando i consumi interni e riducendo la dipendenza dalla domanda internazionale. La questione coinvolge settori strategici come auto elettriche, batterie, pannelli solari, acciaio, tecnologie verdi e numerosi prodotti manifatturieri. L'Europa condivide una parte delle preoccupazioni americane, anche se mantiene un approccio differente sugli strumenti commerciali da utilizzare. La difficoltà del G20 nel raggiungere un accordo mostra quanto sia diventato complesso costruire regole comuni quando sono direttamente coinvolti gli interessi industriali delle maggiori economie mondiali.
La frattura non si è limitata al commercio. Pechino ha contestato anche il passaggio dedicato allo Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita una parte fondamentale delle forniture energetiche mondiali. Gli altri membri hanno sostenuto la necessità di garantire una navigazione libera, sicura e prevedibile, sottolineando che le interruzioni del commercio energetico e la prosecuzione dei conflitti rappresentano una minaccia per la crescita globale. La posizione cinese è strettamente intrecciata ai rapporti con l'Iran, dal quale Pechino continua ad acquistare gran parte del petrolio esportato, spesso a prezzi scontati. Per Washington, invece, l'obiettivo è aumentare la pressione economica su Teheran e limitare la capacità iraniana di utilizzare le esportazioni energetiche per sostenere la propria economia.
La riunione ha evidenziato divergenze anche su minerali critici, catene globali di approvvigionamento e ristrutturazione del debito dei Paesi più vulnerabili. La Cina occupa una posizione dominante nella lavorazione di diverse materie prime indispensabili per batterie, semiconduttori, tecnologie energetiche e industria della difesa, rendendo il tema sempre più strategico per Stati Uniti ed Europa. Pechino è inoltre uno dei maggiori creditori di numerose economie emergenti, circostanza che rende particolarmente delicato qualsiasi accordo internazionale sui meccanismi attraverso i quali ristrutturare i debiti sovrani. Il G20, nato proprio come principale forum di coordinamento economico tra economie avanzate ed emergenti, si trova così a riflettere direttamente la crescente frammentazione geopolitica.
Sul vertice ha pesato anche la presenza della Russia, contestata dalle delegazioni europee, mentre gli Stati Uniti hanno difeso la necessità di mantenere aperto un canale di dialogo con Mosca. La contemporanea intensificazione dei rapporti tra Cina, Russia e Iran aggiunge una dimensione geopolitica alla disputa economica. Gli interessi commerciali, energetici e finanziari si sovrappongono sempre più alle alleanze strategiche, rendendo difficile separare le discussioni sulla crescita dalle guerre, dalle sanzioni e dalla sicurezza delle rotte commerciali.
Il mancato comunicato di Asheville rappresenta così un segnale delle difficoltà che attraversano le istituzioni multilaterali. Diciannove membri contro uno costituiscono una maggioranza politicamente significativa, ma nel G20 il valore di un documento finale deriva proprio dalla capacità di costruire un consenso tra economie profondamente differenti. La Cina ha espresso rammarico per il mancato accordo e ha ribadito di voler continuare a svolgere un ruolo costruttivo nel forum. La distanza emersa su commercio e Hormuz dimostra però che la competizione tra Washington e Pechino non riguarda più singoli dossier: investe ormai direttamente il modello con cui le maggiori potenze intendono governare commercio, energia e crescita mondiale.





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