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Carbon credit, il mercato della CO₂ diventa una nuova frontiera della finanza tra decarbonizzazione e speculazione

Il carbonio è diventato a tutti gli effetti un valore economico negoziabile. Nel mercato europeo delle emissioni imprese industriali, utility, banche, fondi e società di investimento comprano e vendono strumenti collegati al diritto di emettere CO₂, trasformando la politica climatica in un sistema nel quale il costo dell'inquinamento viene determinato anche attraverso domanda e offerta. Il principale riferimento europeo è l'EU ETS, l'Emissions Trading System nato nel 2005 secondo il principio del “cap and trade”: Bruxelles stabilisce un tetto alle emissioni dei settori interessati e le aziende devono restituire una quota, denominata EUA, per ogni tonnellata di CO₂ equivalente prodotta. La progressiva riduzione delle quote disponibili dovrebbe rendere sempre più costoso emettere e incentivare gli investimenti necessari alla decarbonizzazione.


Le EUA non vanno confuse completamente con i crediti di carbonio volontari. Nel sistema ETS si negoziano soprattutto permessi regolamentati che consentono di emettere una tonnellata di CO₂ equivalente, mentre nei mercati volontari i crediti possono derivare da progetti certificati capaci di evitare, ridurre o rimuovere emissioni. Riforestazione, tutela degli ecosistemi, tecnologie per la cattura del carbonio e altri interventi possono generare crediti, purché vengano rispettati criteri e metodologie riconosciuti. È proprio questa distinzione a rendere il mercato del carbonio particolarmente articolato: accanto agli strumenti obbligatori imposti dalla regolamentazione esiste un universo volontario nel quale qualità, certificazione e reale efficacia climatica dei progetti assumono un'importanza decisiva.


Il sistema europeo ha ormai raggiunto dimensioni finanziarie considerevoli. Nel 2025 il valore complessivo degli scambi sul mercato europeo del carbonio ha raggiunto circa 777 miliardi di euro, mentre banche e società di investimento hanno rappresentato una quota molto rilevante delle negoziazioni. Sul mercato spot le EUA si muovono nell'area superiore agli 80 euro per tonnellata, dopo avere toccato nel febbraio 2023 il record storico di 105,73 euro. Il prezzo può variare sensibilmente in funzione delle aspettative sulla produzione industriale, della domanda energetica, delle politiche climatiche e della quantità futura di quote disponibili. Una recessione può ridurre il fabbisogno delle imprese e deprimere le quotazioni; obiettivi ambientali più stringenti possono invece alimentare l'aspettativa di una scarsità crescente e spingere i prezzi verso l'alto.


È in questo passaggio che nasce il dibattito sulla speculazione finanziaria. Un'impresa siderurgica o energetica acquista EUA perché deve coprire le proprie emissioni, ma un fondo può comprare futures sulle stesse quote semplicemente prevedendo un aumento futuro del prezzo. Può anche assumere posizioni ribassiste qualora ritenga probabile una diminuzione della produzione industriale e quindi della domanda di permessi. La presenza degli operatori finanziari è diventata strutturale: oltre alla ricerca di rendimento, banche e intermediari svolgono però funzioni di market making, copertura dei rischi e fornitura di liquidità alle aziende. Per questo la forte partecipazione della finanza non può essere automaticamente identificata con attività puramente speculative.


I dati disponibili mostrano infatti una realtà più complessa. Nel 2024 erano presenti mediamente centinaia di operatori con posizioni giornaliere sui derivati EUA e una parte consistente era costituita da fondi, ma gli investment fund rappresentavano soltanto una quota limitata delle posizioni complessive. Molto maggiore era il peso di istituti di credito e imprese di investimento, impegnati anche nell'intermediazione per conto dei clienti industriali. Il carbonio è quindi diventato una vera asset class finanziaria, ma continua contemporaneamente a svolgere la funzione originaria di strumento regolamentare destinato a incorporare il costo ambientale nelle decisioni delle imprese.


Anche i piccoli investitori possono ottenere un'esposizione all'andamento del prezzo della CO₂. Non è necessario partecipare direttamente all'EU ETS: sul mercato esistono ETC ed ETP che replicano, con strutture differenti, l'andamento dei futures sulle quote europee. Questa possibilità rende il carbonio accessibile anche al retail, ma introduce gli stessi rischi presenti negli altri mercati finanziari, dalla volatilità alle perdite derivanti da previsioni errate sull'andamento dei prezzi. La componente regolamentare aggiunge inoltre una variabile decisiva, perché modifiche alle politiche climatiche europee possono incidere direttamente sull'offerta e sulla domanda delle quote.


La crescita non riguarda soltanto l'Europa. Secondo le rilevazioni internazionali più recenti, i sistemi di carbon pricing coprono ormai quasi il 30% delle emissioni globali di gas serra e nel 2025 hanno generato oltre 107 miliardi di dollari per i bilanci pubblici. Nel mercato dei crediti, le nuove emissioni di certificati sono aumentate dell'8% tra 2024 e 2025, mentre si rafforza la differenza di prezzo tra progetti considerati di elevata qualità e crediti meno affidabili. Il valore economico della CO₂ è così destinato a incidere sempre più sulle strategie industriali, sugli investimenti e sui costi delle imprese, mentre il confine tra politica climatica e mercato finanziario diventa progressivamente più sottile.

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