Bce, perché i tassi possono aumentare ancora: energia e inflazione riaprono la strada alla stretta
La prospettiva di un nuovo aumento dei tassi di interesse della Banca centrale europea torna al centro dell'attenzione dei mercati. Dopo il rialzo di 25 punti base deciso a giugno 2026 e la successiva pausa di luglio, il quadro dell'eurozona rimane caratterizzato da rischi inflazionistici che potrebbero rendere necessario un ulteriore intervento restrittivo. Il tasso sui depositi è attualmente al 2,25%, quello sulle operazioni di rifinanziamento principali al 2,40% e quello sui prestiti marginali al 2,65%. La Bce non ha indicato un percorso prestabilito, ma ha ribadito che ogni decisione verrà presa riunione dopo riunione sulla base dei dati disponibili. Proprio questa impostazione mantiene aperta la possibilità di una nuova stretta monetaria.
Il principale elemento di preoccupazione è rappresentato dall'energia. Le tensioni geopolitiche in Medio Oriente hanno determinato un aumento dei prezzi delle materie prime energetiche e modificato rapidamente lo scenario che aveva consentito all'inflazione europea di avvicinarsi all'obiettivo del 2%. Nelle proiezioni elaborate a giugno dall'Eurosistema, l'inflazione media è stata indicata al 3% nel 2026, al 2,3% nel 2027 e al 2% nel 2028. Ancora più importante è l'andamento dell'inflazione depurata dalle componenti energetiche e alimentari, prevista al 2,5% sia nel 2026 sia nel 2027. Il rischio per Francoforte è che uno shock inizialmente concentrato sull'energia finisca per trasferirsi ai prezzi di beni e servizi, rendendo l'aumento del costo della vita più persistente.
È proprio la natura della nuova fiammata inflazionistica a rendere particolarmente complesso il compito della Bce. Un aumento del petrolio o del gas provocato da una riduzione dell'offerta non può essere risolto attraverso la politica monetaria: alzare i tassi non produce energia aggiuntiva e non elimina le tensioni geopolitiche. La banca centrale deve però evitare che il rincaro iniziale generi effetti di secondo impatto, spingendo imprese e lavoratori ad adeguare rispettivamente prezzi e salari sulla base dell'aspettativa che l'inflazione resterà elevata. Se questa dinamica dovesse consolidarsi, riportare successivamente i prezzi verso l'obiettivo del 2% diventerebbe molto più costoso per l'economia.
Un elemento favorevole è rappresentato dal comportamento delle aspettative di inflazione di lungo periodo, che finora sono rimaste sostanzialmente ancorate intorno all'obiettivo della banca centrale. Anche la dinamica salariale non mostra, al momento, una spirale paragonabile a quella temuta nelle precedenti fasi inflazionistiche. Questi fattori hanno contribuito alla decisione di lasciare invariati i tassi nella riunione di luglio. All'interno del Consiglio direttivo, tuttavia, è emersa chiaramente l'esigenza di non interpretare quella pausa come la conclusione definitiva del ciclo restrittivo: un altro aumento potrebbe diventare necessario se le prospettive sui prezzi non dovessero migliorare in maniera significativa.
Anche i mercati finanziari hanno incorporato questa possibilità. Dopo la riunione estiva, le aspettative implicite nei contratti sui tassi indicavano una probabilità elevata di un ulteriore intervento restrittivo nel corso del 2026 e di un'altra stretta entro l'inizio del 2027. Il punto centrale non è tuttavia stabilire in anticipo quante volte la Bce interverrà, perché Francoforte continua a escludere qualsiasi automatismo. Saranno determinanti l'evoluzione dei prezzi energetici, l'inflazione di fondo, la crescita dei salari, la capacità delle imprese di trasferire i maggiori costi sui consumatori e la tenuta dell'attività economica.
Un nuovo aumento avrebbe conseguenze dirette anche per famiglie e imprese. Tassi più elevati tendono a mantenere alto il costo dei nuovi mutui e dei finanziamenti aziendali, frenando consumi e investimenti. Allo stesso tempo possono sostenere la remunerazione di depositi e strumenti obbligazionari e contribuire a raffreddare la domanda, riducendo nel medio periodo le pressioni sui prezzi. La difficoltà consiste nel calibrare l'intervento senza aggravare eccessivamente il rallentamento dell'economia europea, che già risente dell'incertezza internazionale e dell'aumento dei costi energetici.
La scelta della Bce si muove quindi lungo un equilibrio particolarmente stretto: tollerare temporaneamente parte dell'inflazione provocata dall'energia, senza consentire che questa si trasformi in un fenomeno strutturale. La prossima evoluzione dei tassi dipenderà soprattutto dalla persistenza dello shock e dalla sua capacità di propagarsi al resto dell'economia. Se le pressioni sui prezzi dovessero allargarsi e le aspettative iniziassero a deteriorarsi, Francoforte avrebbe maggiori ragioni per intervenire ancora, anche a costo di mantenere condizioni finanziarie più restrittive per famiglie, imprese e governi.





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