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11 settembre, venticinque anni dopo: nuovi documenti, il caso Mamdani e i dubbi sulla pista saudita

11 set
Tempo di lettura: 3 min










A venticinque anni dagli attentati dell’11 settembre 2001, gli Stati Uniti commemorano le quasi tremila persone uccise negli attacchi contro il World Trade Center, il Pentagono e il volo United 93, ma l’anniversario riporta in primo piano anche questioni rimaste aperte per un quarto di secolo. A New York, accanto alla tradizionale lettura dei nomi delle vittime a Ground Zero, il dibattito si concentra su due fronti particolarmente delicati: la diffusione di nuovi documenti sulle condizioni dell’aria dopo il crollo delle Torri Gemelle e la battaglia giudiziaria delle famiglie che chiedono di accertare eventuali responsabilità riconducibili all’Arabia Saudita. Al centro della scena politica c’è anche il sindaco Zohran Mamdani, la cui partecipazione alle commemorazioni è stata accompagnata da forti polemiche.


Mamdani ha disposto la pubblicazione di oltre 170 mila pagine di documenti relativi alla qualità dell’aria nella zona di Ground Zero nelle settimane e nei mesi successivi agli attentati. Le carte hanno riacceso le accuse contro le autorità dell’epoca, che avrebbero minimizzato i pericoli derivanti dalla presenza nell’aria di amianto, polveri e altre sostanze tossiche. Migliaia di soccorritori, vigili del fuoco, agenti, lavoratori e residenti furono esposti per lungo tempo ai contaminanti. Il tema ha assunto un peso ancora maggiore perché, a distanza di venticinque anni, le vittime delle malattie correlate all’11 settembre hanno ormai superato numericamente quelle morte direttamente negli attacchi. Per molti sopravvissuti la pubblicazione delle carte rappresenta quindi un nuovo capitolo nella richiesta di trasparenza sulle decisioni prese dopo il disastro.


La figura di Mamdani resta però divisiva. Primo sindaco musulmano di New York, è stato contestato da una parte dei familiari delle vittime, mentre una petizione contraria alla sua presenza alle cerimonie aveva raccolto decine di migliaia di adesioni. Le polemiche mostrano quanto l’11 settembre continui a incidere sull’identità politica e sociale degli Stati Uniti. La commemorazione di Ground Zero ha visto la presenza di numerose personalità istituzionali, mentre il presidente Donald Trump ha scelto di partecipare alla cerimonia al Pentagono. A New York il ricordo delle vittime si è così intrecciato con questioni contemporanee che riguardano religione, immigrazione, sicurezza e interpretazione dell’eredità lasciata dagli attentati.


Il fronte più delicato rimane però quello dell’Arabia Saudita. Quindici dei diciannove dirottatori dell’11 settembre erano cittadini sauditi, ma le indagini ufficiali non hanno stabilito che il governo di Riad abbia finanziato o organizzato gli attacchi. Negli anni, tuttavia, documenti desecretati e nuove acquisizioni investigative hanno alimentato interrogativi sui rapporti tra alcuni cittadini o funzionari sauditi e due dei futuri dirottatori arrivati in California nel 2000. Le famiglie delle vittime stanno portando avanti una lunga causa civile contro il Regno saudita, che ha sempre negato qualsiasi coinvolgimento negli attentati.


Particolare attenzione è concentrata su Omar al-Bayoumi, cittadino saudita che in California entrò in contatto con Khalid al-Mihdhar e Nawaf al-Hazmi, due uomini che successivamente parteciparono al dirottamento del volo American Airlines 77 contro il Pentagono. Bayoumi li aiutò anche nella ricerca di un’abitazione. Nuovi materiali acquisiti nel corso della battaglia giudiziaria comprendono filmati che le famiglie ritengono particolarmente significativi. In uno di questi Bayoumi riprende il Campidoglio di Washington e fa riferimento a un “piano”; tra i materiali recuperati figura inoltre un disegno con un aeroplano e calcoli che sarebbero collegati alla traiettoria di un oggetto verso un bersaglio. Un altro video documenterebbe invece una festa in California alla quale parteciparono i due futuri dirottatori.


Questi elementi non equivalgono a una prova giudiziaria della responsabilità dello Stato saudita, ma hanno assunto un peso crescente nel contenzioso promosso dalle famiglie. Nell’agosto 2025 un giudice federale statunitense ha consentito alla causa contro l’Arabia Saudita di proseguire, ritenendo sufficienti gli elementi presentati per superare la richiesta di archiviazione avanzata da Riad. Un nuovo passaggio è previsto davanti alla Corte d’Appello federale del Secondo Circuito di New York, chiamata a pronunciarsi sul futuro del procedimento. Le famiglie chiedono inoltre che il governo statunitense renda pubblici ulteriori documenti ancora classificati.


A Ground Zero la questione saudita è entrata direttamente nella commemorazione. Terry Strada, vedova di una delle vittime e da anni impegnata nella battaglia per ottenere nuovi accertamenti, ha accusato le amministrazioni americane succedutesi negli ultimi venticinque anni di avere privilegiato la tutela delle relazioni strategiche con Riad rispetto alle richieste delle famiglie. Stati Uniti e Arabia Saudita mantengono infatti un rapporto centrale sul piano energetico, militare e dell’intelligence. Il venticinquesimo anniversario riporta così l’11 settembre fuori dalla sola dimensione della memoria: mentre New York rende omaggio alle vittime e affronta le conseguenze sanitarie ancora visibili, nuovi documenti e una battaglia giudiziaria tuttora aperta continuano ad alimentare la ricerca di risposte su alcuni dei passaggi più controversi della tragedia.

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