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Giovani all’estero, il capitale umano diventa perdita economica

Il confronto sulla mobilità giovanile sposta il tema dalla retorica della “fuga” alla costruzione di ecosistemi capaci di trattenere, attrarre e far rientrare competenze.


L’incontro dedicato ai giovani che partono e a quelli che restano ha affrontato la mobilità qualificata come fenomeno economico, fiscale e produttivo. Il dato dei 630mila giovani emigrati dall’Italia, con un costo stimato pari al 7,5% del PIL investito nella loro formazione, impone di leggere il fenomeno non come semplice scelta individuale, ma come trasferimento di capitale umano verso sistemi concorrenti. La formazione finanziata da famiglie e istituzioni nazionali produce valore altrove, mentre il Paese di origine perde competenze, gettito futuro, capacità innovativa e ricambio generazionale.


Daniele Marini, dell’Università degli Studi di Padova, ha introdotto un elemento rilevante: la decisione di partire nasce anche da una percezione del mercato italiano come precario e sottopagato. Tale percezione, anche quando non coincide integralmente con la realtà di ogni settore, opera come fattore economico autonomo, perché condiziona aspettative, scelte formative e disponibilità a investire il proprio futuro nel Paese. Michela Andreolli, founder e CEO di Arke, ha invece evidenziato il profilo dell’opportunità, ricordando come la mobilità internazionale sia oggi più accessibile e possa rappresentare una leva di crescita personale e professionale.


La questione decisiva riguarda allora il rientro e la circolazione delle competenze. Nadio Delai, presidente di Ermeneia, ha richiamato strumenti quali ascolto delle esperienze maturate all’estero, incentivi fiscali e programmi di rientro. Questi elementi, tuttavia, funzionano solo se inseriti in un contesto amministrativo e produttivo capace di riconoscere il valore delle competenze acquisite fuori dall’Italia. Un incentivo isolato può attenuare il costo del ritorno, ma non compensa un ecosistema percepito come chiuso, lento o scarsamente meritocratico.


Il tema assume una dimensione quasi regolatoria: il Paese deve creare condizioni di attrattività stabile, fondate su lavoro qualificato, servizi efficienti, tecnologia, qualità della vita e percorsi professionali trasparenti. In assenza di tali presupposti, la mobilità resta unidirezionale e il linguaggio della “fuga di cervelli” finisce per nascondere il vero problema: non chi parte, ma il sistema che non riesce a rendere desiderabile il ritorno.

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