Giorgetti spera nel deficit sotto il 3%: attesa per l’Istat, mentre si allarga il confronto sugli extraprofitti

L’Italia guarda al 22 settembre come a una data decisiva per i conti pubblici. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, intervenendo da Dublino in occasione delle riunioni europee, ha ribadito la speranza che la revisione dei dati sul deficit 2025 consenta al Paese di scendere sotto la soglia del 3% del Pil. Un passaggio che potrebbe aprire la strada all’uscita dalla procedura europea per disavanzo eccessivo, ma sul quale il titolare del Mef mantiene un atteggiamento prudente. Sarà infatti l’Istat, nella sua autonomia, a pubblicare il dato aggiornato, successivamente recepito da Eurostat e valutato dalle istituzioni europee. Anche una differenza minima rispetto alla soglia prevista dalle regole comunitarie potrebbe quindi risultare determinante.
La questione non è soltanto formale. L’eventuale rientro del deficit sotto il 3% rappresenterebbe un segnale importante sulla traiettoria della finanza pubblica italiana, soprattutto in una fase caratterizzata da tassi di interesse elevati e da un debito pubblico che continua a imporre particolare attenzione alla gestione della spesa. Giorgetti ha più volte sottolineato la necessità di conservare la fiducia dei mercati e dei risparmiatori, evitando che l’aumento del costo del denaro produca effetti ancora più pesanti sugli interessi pagati dallo Stato. La disciplina dei conti rimane così uno dei vincoli centrali nella preparazione della prossima legge di Bilancio, chiamata contemporaneamente a sostenere famiglie, imprese, salari e crescita.
Sul tavolo europeo si è aperto intanto anche il confronto sugli extraprofitti generati dall’attuale fase di tensione economica ed energetica. Il tema è entrato nell’agenda dell’Ecofin informale di Dublino, con posizioni ancora differenti tra i governi. La presidenza irlandese del Consiglio dell’Unione europea ha indicato l’intenzione di chiedere alla Commissione ulteriori approfondimenti in vista della riunione formale di ottobre. L’attenzione è rivolta in particolare ai profitti straordinari che alcune imprese possono ottenere non attraverso innovazione o maggiore efficienza, ma come conseguenza delle alterazioni dei mercati provocate dalle crisi geopolitiche e dalle tensioni sulle forniture.
La Commissione europea, almeno per il momento, non ha predisposto una proposta comune per una tassazione degli extraprofitti. Bruxelles ha chiarito che gli Stati membri dispongono degli strumenti per intervenire autonomamente, pur dichiarandosi disponibile a partecipare al confronto. La discussione potrebbe tuttavia acquistare maggiore peso se aumentasse il numero dei governi favorevoli a un coordinamento europeo. Per Giorgetti il consenso sul tema è destinato ad ampliarsi, soprattutto se lo shock energetico continuerà a produrre forti differenze tra i costi sostenuti da famiglie e imprese e i risultati economici realizzati da alcuni operatori.
Proprio l’energia rappresenta una delle maggiori preoccupazioni del ministro. L’Italia ha già avviato la procedura per utilizzare la flessibilità prevista dalle regole europee in relazione alle maggiori spese energetiche, per un margine massimo indicato nello 0,6% del Pil. Giorgetti ritiene possibile un’apertura della Commissione, sottolineando come le conseguenze delle crisi internazionali non si limitino all’aumento dei carburanti. Il rischio è che i rincari si trasferiscano progressivamente sulle bollette di famiglie e imprese, con ripercussioni sui consumi, sulla competitività industriale e sull’inflazione. Una situazione che rende più complesso il rapporto tra politica fiscale e politica monetaria.
Il ministro ha infatti richiamato l’attenzione anche sull’aumento dei tassi di interesse, osservando come il maggiore costo del debito stia diventando un elemento sempre più delicato per uno Stato fortemente indebitato come l’Italia. Secondo Giorgetti, l’attuale inflazione è alimentata in misura significativa da shock dell’offerta, legati soprattutto all’energia, e non esclusivamente da un eccesso di domanda interna. Da qui la richiesta di valutare attentamente gli effetti di una politica monetaria restrittiva, che può contribuire al contenimento dei prezzi ma contemporaneamente aumenta gli oneri finanziari per famiglie, imprese e amministrazioni pubbliche.
Il dato dell’Istat diventa quindi uno snodo che va oltre il semplice superamento della soglia del 3%. L’eventuale uscita dalla procedura europea aumenterebbe gli spazi politici del governo nella costruzione della manovra, senza tuttavia eliminare i vincoli determinati dal debito e dal costo degli interessi. Parallelamente, la discussione europea su energia ed extraprofitti mostra come una parte crescente delle scelte economiche dei prossimi mesi dipenderà dalla capacità dei governi dell’Unione di trovare soluzioni comuni davanti a shock che attraversano contemporaneamente bilanci pubblici, imprese e potere d’acquisto delle famiglie.





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