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Frankenstein nel Tempio di San Sebastiano: il gotico interroga identità e rifiuto

1 giorno fa
Tempo di lettura: 2 min
Frankenstein nel Tempio di San Sebastiano: il gotico interroga identità e rifiuto

Frankenstein entra nel Tempio di San Sebastiano: il gotico diventa teatro di esclusione, identità e bisogno di riconoscimento.



Il Tempio di San Sebastiano si è trasformato in uno spazio teatrale dominato da oscurità, suoni e suggestioni gotiche, facendo entrare il pubblico di Festivalletteratura dentro l’immaginario di Frankenstein e della tradizione narrativa ottocentesca. La rappresentazione ha utilizzato luci, ombre, rumori e immagini per costruire un percorso immersivo incentrato sulla Creatura di Mary Shelley e sul suo bisogno di essere riconosciuta come essere umano.


L’allestimento ha accompagnato gli spettatori attraverso un ambiente volutamente inquieto: alberi mossi dal vento, richiami di uccelli, figure immerse nel buio e una dama ottocentesca come guida scenica. La componente visiva ha progressivamente lasciato spazio alla narrazione, portando in primo piano uno dei nuclei più forti del romanzo: la distanza tra l’aspetto esteriore e l’identità interiore.


La Creatura viene presentata non soltanto come oggetto di paura, ma come soggetto capace di apprendere, desiderare affetto e interrogarsi sul proprio posto nel mondo. Il rifiuto subito dagli altri modifica però il suo rapporto con l’umanità, trasformando il bisogno di appartenenza in rabbia. La domanda implicita diventa allora quanto il giudizio sociale possa contribuire a costruire l’identità di chi viene escluso.


La scena sviluppa questo tema attraverso il confronto simbolico tra creatura e creatrice, riprendendo il conflitto originario tra il mostro e Victor Frankenstein e spostandolo sul terreno della responsabilità. Chi crea un essere ha anche il dovere di riconoscerlo? E fino a che punto una persona può sottrarsi all’immagine che gli altri le impongono?


La forza della rappresentazione sta proprio nell’uso del gotico come linguaggio del presente. Il mostruoso non è trattato come semplice elemento spettacolare, ma come strumento per interrogare esclusione, pregiudizio e bisogno di riconoscimento. Nel Tempio di San Sebastiano, l’atmosfera cupa diventa così una forma di lettura teatrale capace di restituire alla storia di Shelley la sua dimensione più umana e politica.

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