Ex Ilva, Uliano: il Governo coinvolga le partecipate per rilanciare Taranto
- piscitellidaniel
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La crisi dell’ex Ilva di Taranto entra in una fase decisiva, con il futuro produttivo dello stabilimento sempre più intrecciato alla tenuta occupazionale dell’intero territorio. Alla vigilia del nuovo confronto tra Governo e sindacati a Palazzo Chigi, il segretario generale della Fim-Cisl, Ferdinando Uliano, chiede un cambio di passo e accusa l’esecutivo di aver perso tempo nella gestione della vertenza. Il sindacato sollecita ora una presenza pubblica forte nel capitale dell’acciaieria e propone il coinvolgimento di grandi società partecipate dallo Stato come Eni, Enel, Leonardo e Fincantieri. Sullo sfondo c’è un’emergenza che coinvolge complessivamente circa 18 mila lavoratori, considerando i circa 10 mila dipendenti diretti dell’ex Ilva e gli 8 mila occupati nell’indotto.
A rendere ancora più urgente una soluzione è l’avvio delle procedure di licenziamento collettivo per oltre 2.500 lavoratori dell’indotto, appartenenti a 28 imprese associate ad Aigi. Per Uliano si tratta soltanto del primo effetto concreto di una crisi che rischia di allargarsi rapidamente. Gran parte delle aziende dell’appalto dipende infatti dalle attività dell’area a caldo dello stabilimento e un eventuale blocco degli impianti potrebbe compromettere definitivamente la continuità di numerose imprese. I sindacati chiedono al Governo di intervenire per fermare le procedure e costruire una prospettiva industriale capace di garantire contemporaneamente produzione, occupazione e trasformazione ambientale del sito siderurgico.
Il nodo immediato riguarda proprio l’area a caldo, sulla quale pesa il provvedimento della Corte d’Appello di Milano che ne ha disposto lo stop entro la fine di ottobre per ragioni legate alla tutela della salute. Le amministrazioni straordinarie di Ilva e Acciaierie d’Italia hanno presentato una richiesta di sospensione e il confronto giudiziario rappresenta uno dei passaggi più delicati della vertenza. La posizione della Fim-Cisl è quella di preservare la continuità produttiva affrontando contemporaneamente le criticità ambientali e sanitarie. Secondo Uliano, mantenere in funzione gli impianti deve essere considerato un passaggio verso la decarbonizzazione, attraverso investimenti nei forni elettrici e negli impianti per la produzione di preridotto.
È proprio la dimensione degli investimenti necessari a spingere il sindacato verso una soluzione caratterizzata da un forte intervento pubblico. Uliano sostiene che lo Stato debba mantenere una partecipazione di maggioranza e coinvolgere alcune delle principali società partecipate, capaci non soltanto di fornire risorse finanziarie ma anche di costruire sinergie industriali. Eni ed Enel potrebbero assumere un ruolo nella transizione energetica e nella decarbonizzazione, mentre Leonardo e Fincantieri appartengono a filiere nelle quali la disponibilità di acciaio di qualità prodotto in Italia rappresenta un elemento strategico. La proposta punta quindi a collegare il rilancio dell’ex Ilva a una più ampia politica industriale nazionale.
La questione supera infatti i confini di Taranto. L’industria italiana utilizza grandi quantità di acciaio nei settori della meccanica, automotive, elettrodomestici, cantieristica e difesa. Una riduzione strutturale della produzione nazionale aumenterebbe la dipendenza dalle importazioni proprio mentre le imprese italiane devono già sostenere costi energetici spesso superiori a quelli dei principali concorrenti europei. Per il sindacato, perdere la capacità di produrre acciaio primario significherebbe quindi indebolire ulteriormente la competitività del sistema manifatturiero. Le difficoltà già emerse nei tavoli dedicati all’automobile e al settore degli elettrodomestici potrebbero estendersi ad altre filiere se non venisse garantita una produzione siderurgica nazionale adeguata.
Resta aperta anche la questione del possibile ingresso di investitori privati. Nel corso della lunga ricerca di un nuovo assetto per gli stabilimenti sono emerse manifestazioni di interesse da parte di diversi soggetti, tra cui Jindal e Flacks, senza che finora si sia arrivati a una proposta ritenuta concretamente risolutiva. Secondo Uliano, i privati possono partecipare al progetto, ma soltanto dopo che lo Stato avrà definito con chiarezza un piano industriale. Il sindacato guarda inoltre con forte preoccupazione all’ipotesi di separare le attività a freddo dal resto del complesso siderurgico: una soluzione di questo tipo rischierebbe di trasformarsi in uno “spezzatino” industriale, ridimensionando radicalmente l’ex Ilva anziché rilanciarla.
L’incontro a Palazzo Chigi dell’8 settembre diventa così uno snodo fondamentale. I sindacati chiedono decisioni sulla continuità produttiva, sul futuro dell’area a caldo, sulla decarbonizzazione e sulla salvaguardia dei posti di lavoro. Nello stabilimento cresce intanto il timore che l’assenza di una soluzione possa portare verso la chiusura e verso un ricorso ancora più esteso alla cassa integrazione. La Fim-Cisl ha già annunciato la disponibilità a mettere in campo iniziative di mobilitazione qualora non arrivassero risposte concrete. La partita dell’ex Ilva riguarda ormai non soltanto il destino industriale di Taranto, ma la scelta se l’Italia intenda conservare una produzione siderurgica strategica e con quali strumenti pubblici e privati costruire la sua trasformazione ambientale.


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