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Ex Ilva, il 16 settembre è il punto di non ritorno: corsa contro il tempo per salvare l’area a caldo

Il futuro dell’ex Ilva di Taranto entra nelle due settimane più delicate della sua lunga crisi. La data decisiva non è più soltanto quella di fine ottobre, termine entro il quale dovrebbe essere completato lo stop dell’area a caldo disposto dalla Corte d’Appello di Milano, ma il 16 settembre 2026. Secondo Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria, da quel giorno dovrà infatti iniziare il procedimento di raffreddamento naturale dell’altoforno e dei relativi impianti per rispettare il cronoprogramma di fermata. Una procedura che, una volta avviata, avrebbe conseguenze sostanzialmente irreversibili: la successiva riaccensione non sarebbe possibile senza danni agli impianti e interventi particolarmente complessi e costosi. Il conto alla rovescia giudiziario diventa così anche industriale.


All’origine dell’emergenza c’è il provvedimento della Corte d’Appello di Milano del 27 luglio, che ha ordinato la sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo assegnando novanta giorni per completare le operazioni. La decisione è arrivata nell’ambito del contenzioso avviato da alcuni cittadini di Taranto e riguarda le condizioni ambientali dello stabilimento, con particolare riferimento alla presenza di amianto e alle emissioni. Il termine formale porta verso la fine di ottobre, ma le procedure tecniche necessarie per spegnere in sicurezza gli impianti devono iniziare molto prima. È questo elemento a trasformare il 16 settembre nella vera scadenza operativa: oltre quella soglia, secondo la documentazione tecnica presentata dall’azienda, il processo di fermata entrerebbe in una fase dalla quale sarebbe estremamente difficile tornare indietro.


Le amministrazioni straordinarie di Ilva e Acciaierie d’Italia hanno quindi presentato alla stessa Corte d’Appello un’istanza per ottenere la sospensione dell’esecutività del decreto. L’udienza è stata fissata per il 9 settembre, appena una settimana prima del punto indicato dall’azienda come limite tecnico. Parallelamente è stato presentato un ricorso straordinario alla Corte di Cassazione, ma i tempi di quest’ultimo procedimento vengono considerati incompatibili con l’urgenza industriale. Per questo la partita immediata si concentra sulla decisione dei giudici milanesi: un eventuale mancato accoglimento della sospensiva renderebbe necessario procedere con il piano di fermata per rispettare l’ordine giudiziario.


La posta in gioco supera i confini dello stabilimento pugliese. L’area a caldo costituisce il cuore del ciclo produttivo integrato di Taranto e il suo spegnimento definitivo modificherebbe radicalmente il futuro dell’intero complesso siderurgico. Acciaierie d’Italia sostiene che la cessazione della produzione determinerebbe la perdita di una capacità industriale strategica per il Paese, aumentando la dipendenza dall’estero per l’approvvigionamento di acciaio. Il tema assume particolare rilevanza in una fase caratterizzata da tensioni geopolitiche e commerciali, nella quale la disponibilità interna di materie prime e produzioni industriali considerate essenziali è tornata al centro delle politiche economiche europee.


La crisi sta intanto producendo conseguenze sull’occupazione e sull’indotto. Le associazioni delle imprese che lavorano attorno allo stabilimento hanno segnalato l’avvio o la preparazione di procedure di licenziamento collettivo, con un numero crescente di aziende coinvolte e circa un migliaio di lavoratori inizialmente indicati come a rischio. Lo scenario di una progressiva fermata dell’area a caldo riduce infatti gli ordini e rende più difficile per le imprese appaltatrici mantenere gli attuali livelli occupazionali. Il governo ha convocato i sindacati a Palazzo Chigi per l’8 settembre, alla vigilia dell’udienza milanese, nel tentativo di affrontare contemporaneamente gli aspetti industriali, occupazionali e finanziari della crisi.


Sul tavolo rimane anche la futura cessione dell’ex Ilva. L’ordine di fermata dell’area a caldo ha modificato profondamente le condizioni sulle quali era stato costruito il percorso di vendita. Jindal Steel International aveva manifestato interesse per l’intero perimetro industriale, prevedendo oltre due miliardi di euro di investimenti e la progressiva transizione verso tecnologie meno inquinanti, compresa la realizzazione di un forno elettrico. Parallelamente, un gruppo di imprese siderurgiche italiane ha manifestato interesse per l’area a freddo, chiedendo però la presenza dello Stato nel capitale e condizioni competitive per l’approvvigionamento energetico. Una separazione definitiva tra area a caldo e area a freddo cambierebbe però radicalmente la natura produttiva di Taranto.


I prossimi passaggi si concentrano quindi in pochissimi giorni: 8 settembre confronto tra governo e sindacati, 9 settembre udienza davanti alla Corte d’Appello di Milano e 16 settembre limite tecnico indicato dall’amministrazione straordinaria. Il nodo non riguarda soltanto la prosecuzione della produzione, ma il difficile equilibrio tra tutela ambientale e sanitaria, continuità industriale, occupazione e riconversione tecnologica. Dopo anni di commissariamenti, interventi pubblici e tentativi di cessione, la vicenda dell’ex Ilva arriva così davanti a una scadenza che potrebbe determinare materialmente il destino dell’area a caldo e, con essa, la configurazione futura del più grande polo siderurgico italiano.

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