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Borse sotto pressione, Asia in rosso e petrolio oltre 90 dollari: torna la paura dell’inflazione

Giornata difficile per i mercati finanziari internazionali, nuovamente condizionati dalle tensioni geopolitiche e dalla corsa delle materie prime energetiche. Le Borse asiatiche hanno interrotto una serie di sei sedute positive registrando pesanti ribassi, mentre i principali listini europei hanno avviato gli scambi con grande cautela per poi scivolare in territorio negativo. A dominare l’attenzione degli investitori è soprattutto il nuovo rialzo del petrolio, alimentato dall’inasprimento dello scontro tra Stati Uniti e Iran e dai timori per la sicurezza dei flussi energetici attraverso lo Stretto di Hormuz. Il Brent ha superato quota 95 dollari al barile, mentre il Wti statunitense si è spinto oltre i 90 dollari, riaccendendo le preoccupazioni sull’inflazione e sulle future decisioni delle banche centrali.


La debolezza è partita dall’Asia, dove Tokyo ha registrato una delle performance peggiori. Il Nikkei ha chiuso in calo di circa il 3%, mentre Seul ha perso quasi il 4%, penalizzata anche dalle vendite sui grandi produttori di semiconduttori. Più contenute le perdite di Hong Kong, mentre Shanghai e Shenzhen hanno terminato gli scambi in territorio negativo. Sui mercati asiatici pesano contemporaneamente il peggioramento dello scenario geopolitico, la guerra in Ucraina e l’aumento dei rendimenti obbligazionari internazionali. La ricerca di maggiore sicurezza da parte degli investitori sta riducendo l’esposizione verso le attività considerate più rischiose, provocando vendite sull’azionario e una crescente volatilità.


In Europa l’avvio è stato inizialmente più resistente, ma il quadro si è progressivamente deteriorato. Piazza Affari aveva aperto leggermente positiva, con il Ftse Mib intorno a quota 52 mila punti, sostenuto soprattutto dai titoli energetici. Eni e le società legate alle infrastrutture del gas hanno beneficiato dell’aumento delle quotazioni delle materie prime, mentre successivamente anche Milano ha seguito il movimento negativo delle altre piazze continentali. Francoforte, Parigi e Londra hanno registrato flessioni, confermando un clima nel quale gli investitori privilegiano la prudenza. La crescita del prezzo dell’energia rappresenta infatti un rischio particolarmente rilevante per l’Europa, maggiormente esposta alle conseguenze economiche di eventuali interruzioni delle forniture.


Il vero elemento di tensione è rappresentato dal mercato energetico. Il Brent con consegna a novembre si è spinto nell’area dei 95-96 dollari, mentre il Wti ha superato i 90 dollari. Anche il gas naturale europeo ha proseguito la salita, con i contratti Ttf di Amsterdam oltre i 73 euro per megawattora e punte superiori durante la seduta. La ripresa degli scontri tra Washington e Teheran ha riportato al centro dell’attenzione lo Stretto di Hormuz, passaggio strategico per una quota rilevante delle esportazioni mondiali di petrolio. Qualsiasi limitazione prolungata alla navigazione potrebbe ridurre l’offerta disponibile e determinare ulteriori pressioni sui prezzi di greggio, carburanti e gas.


L’aumento dell’energia sta producendo conseguenze anche sul mercato dei titoli di Stato. Gli investitori temono che una nuova accelerazione dell’inflazione possa costringere le banche centrali a mantenere tassi elevati più a lungo o, nello scenario più difficile, a tornare verso politiche monetarie restrittive. I rendimenti obbligazionari sono quindi saliti in numerosi Paesi. Il decennale italiano si è portato intorno al 4,2%, mentre il Bund tedesco ha superato il 3,3%. La pressione riguarda anche Stati Uniti, Regno Unito e Giappone, trasformando il mercato obbligazionario in uno dei principali fattori di instabilità per le Borse. Tassi più elevati significano infatti maggiori costi di finanziamento per Stati, famiglie e imprese e riducono il valore attuale degli utili futuri delle società quotate.


A Piazza Affari il rialzo del greggio ha creato una netta differenziazione tra i settori. Le società energetiche hanno trovato sostegno negli acquisti, mentre altri comparti hanno risentito della maggiore avversione al rischio. Particolarmente volatile Lottomatica, dopo l’accordo per la fusione con la spagnola Cirsa, mentre gli investitori hanno continuato a valutare anche le prospettive delle banche e dei gruppi industriali. Il comportamento dei singoli titoli mostra come l’aumento del petrolio produca vincitori e perdenti: favorisce temporaneamente produttori e operatori energetici, ma aumenta contemporaneamente i costi per trasporti, industria e numerose attività manifatturiere.


Lo scenario resta legato all’evoluzione della crisi in Medio Oriente e ai prossimi dati macroeconomici statunitensi. Il mercato osserva soprattutto l’occupazione americana per capire quale spazio di manovra rimanga alla Federal Reserve. Una crescita dell’energia persistente potrebbe complicare il percorso di riduzione dell’inflazione proprio mentre l’economia mondiale deve sostenere costi finanziari già elevati. Petrolio, gas e rendimenti obbligazionari sono così tornati a muoversi nella stessa direzione, aumentando la pressione sulle Borse e riportando il rischio geopolitico al centro delle strategie degli investitori.

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