Ets, l’industria europea teme meno tutele: cresce il rischio delocalizzazione per i settori energivori
- piscitellidaniel
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La revisione del sistema europeo Ets, il mercato delle quote di emissione che rappresenta uno dei principali strumenti della politica climatica dell’Unione europea, apre un nuovo fronte per l’industria. Il progressivo aumento del costo della CO₂ e la contemporanea riduzione delle quote gratuite mettono sotto pressione soprattutto i comparti energivori, chiamati a sostenere investimenti rilevanti per la decarbonizzazione mentre competono con produttori localizzati in Paesi dove energia e vincoli ambientali hanno costi inferiori. Il nodo centrale diventa quindi evitare che la transizione europea produca un effetto opposto a quello desiderato, spingendo attività industriali e relative emissioni fuori dai confini dell’Unione.
Con la riforma dell’Emission Trading System, l’Europa ha previsto una riduzione sempre più significativa delle emissioni consentite entro il 2030. Parallelamente, dal 2026 è entrato nella fase definitiva il Cbam, il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere, pensato per applicare alle importazioni di alcuni prodotti ad alta intensità emissiva un costo collegato alla CO₂ incorporata. Il sistema interessa inizialmente settori come acciaio, alluminio, cemento, fertilizzanti, idrogeno ed energia elettrica. La sua introduzione procede insieme alla graduale eliminazione delle quote Ets assegnate gratuitamente alle imprese europee dei comparti interessati, destinata a completarsi entro il 2034.
È proprio questa sovrapposizione a generare preoccupazione. Le quote gratuite hanno finora rappresentato uno degli strumenti utilizzati per limitare il cosiddetto carbon leakage, cioè il trasferimento della produzione verso Paesi con politiche climatiche meno stringenti. Il Cbam dovrebbe progressivamente sostituire questa protezione, riequilibrando il costo del carbonio tra prodotti europei e merci importate. Restano tuttavia alcune aree di vulnerabilità. Il meccanismo protegge il mercato europeo dalle importazioni meno sostenibili nei comparti coperti, ma non risolve automaticamente il problema delle imprese europee che esportano verso mercati internazionali dove i concorrenti non sostengono un costo equivalente per le emissioni.
La questione riguarda soprattutto le industrie hard to abate, nelle quali la riduzione delle emissioni richiede tecnologie costose, grandi quantità di energia e investimenti con tempi di ritorno molto lunghi. Acciaierie, fonderie, impianti chimici, cartiere, vetrerie, ceramica e altre produzioni ad alta intensità energetica devono contemporaneamente affrontare prezzi dell’energia europei spesso superiori a quelli dei principali concorrenti internazionali. In questo contesto, un incremento troppo rapido dei costi Ets può ridurre la competitività delle produzioni realizzate nell’Unione, favorendo importazioni o investimenti industriali in aree caratterizzate da condizioni economiche più favorevoli.
Bruxelles ha già riconosciuto l’esistenza del problema ampliando le possibilità di sostegno per le industrie maggiormente esposte. Gli orientamenti europei sugli aiuti di Stato legati all’Ets sono stati modificati includendo nuovi settori e sottosettori tra quelli potenzialmente ammessi alla compensazione dei maggiori costi indiretti. Per le attività già considerate ammissibili, l’intensità massima degli aiuti è stata inoltre aumentata dal 75 all’80%. Gli Stati membri possono chiedere l’inclusione di ulteriori comparti qualora riescano a dimostrare concretamente l’esistenza di un rischio significativo di rilocalizzazione delle emissioni. Una maggiore protezione viene però accompagnata dalla richiesta alle grandi imprese beneficiarie di destinare parte delle risorse ricevute alla transizione energetica.
Il problema è anche finanziario. La capacità di sostenere le imprese varia notevolmente tra gli Stati membri e i Paesi con maggiore spazio di bilancio possono offrire strumenti più consistenti rispetto alle economie caratterizzate da un elevato debito pubblico. Ne deriva il rischio di creare una competizione interna all’Unione europea, nella quale la localizzazione degli investimenti industriali dipenda anche dalla capacità dei singoli governi di finanziare la decarbonizzazione. Per l’Italia, dove numerose filiere manifatturiere sono fortemente esposte ai costi dell’energia, il tema assume particolare importanza e riguarda non soltanto i grandi stabilimenti, ma anche la rete di fornitori e piccole e medie imprese collegata alle produzioni energivore.
Il confronto sull’Ets si sposta quindi sulla ricerca di un equilibrio tra decarbonizzazione e competitività industriale. Ridurre le emissioni rimane un obiettivo vincolante della politica europea, ma la sua efficacia dipende anche dalla capacità di mantenere produzione e investimenti nel continente. Se l’aumento dei costi ambientali determinasse la chiusura degli impianti europei e la sostituzione della produzione con merci provenienti da economie più emissive, il beneficio climatico sarebbe limitato mentre l’impatto sull’occupazione e sulla capacità industriale sarebbe significativo. Il progressivo ridimensionamento delle quote gratuite, l’evoluzione del Cbam e le nuove misure di compensazione saranno quindi determinanti per stabilire quali settori riusciranno ad affrontare la transizione senza perdere terreno nella competizione globale.


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