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Caro energia, allarme delle imprese: la bolletta può raddoppiare fino a 18 miliardi

2 set
Tempo di lettura: 3 min

La nuova impennata dei prezzi dell’energia riaccende l’allarme nell’industria italiana, con le aziende a maggiore intensità energetica che temono un drastico peggioramento dei costi di produzione. Secondo le stime di Gas Intensive, il consorzio che rappresenta le principali filiere industriali consumatrici di gas ed elettricità, se le attuali quotazioni dovessero mantenersi nel tempo la spesa energetica complessiva del comparto potrebbe passare da circa 9 a 18 miliardi di euro su base annua. Un raddoppio che rischia di mettere sotto pressione soprattutto le produzioni maggiormente esposte alla concorrenza internazionale, proprio mentre il sistema manifatturiero cerca di consolidare la ripresa e difendere le proprie quote sui mercati esteri.


A determinare il nuovo scenario sono soprattutto le tensioni geopolitiche in Medio Oriente, che hanno riportato volatilità sui mercati energetici e spinto nuovamente verso l’alto le quotazioni del gas. Il riferimento europeo TTF ha superato quota 70 euro per megawattora, livelli che per molte aziende italiane diventano difficili da sostenere. Le stime formulate dal sistema delle imprese indicano che, mantenendo invariati gli attuali prezzi spot, il comparto energivoro potrebbe subire un incremento del 133% per il gas e dell’87% per l’elettricità su base annua. Il problema non riguarda quindi soltanto l’andamento delle bollette, ma la possibilità stessa di mantenere economicamente conveniente una parte delle produzioni industriali.


I settori maggiormente esposti sono quelli nei quali gas ed elettricità rappresentano una componente strutturale e difficilmente comprimibile dei costi: acciaio, carta, chimica, ceramica, vetro e cemento. In queste attività l’energia non è semplicemente un servizio utilizzato dagli stabilimenti, ma costituisce spesso una materia prima del processo produttivo. Secondo il presidente di Gas Intensive, Aldo Chiarini, con il gas stabilmente sopra i 70 euro per megawattora numerose produzioni rischiano di perdere competitività. Alcune imprese starebbero già valutando se riavviare pienamente gli impianti dopo la pausa estiva, mentre altre, impossibilitate a fermare determinate lavorazioni, potrebbero essere costrette a continuare a produrre in perdita.


La questione assume una dimensione ancora più delicata considerando il divario energetico che separa l’Europa da altre grandi aree industriali. Le imprese italiane competono con aziende statunitensi e asiatiche che in molti casi dispongono di energia a condizioni più favorevoli. Quando il differenziale diventa strutturale, la conseguenza non è soltanto una riduzione temporanea dei margini: aumenta il rischio che nuovi investimenti vengano realizzati in Paesi nei quali produrre costa meno. Il caro energia può quindi trasformarsi in un problema di competitività industriale, con conseguenze sugli investimenti, sull’occupazione e sulla permanenza in Europa delle produzioni maggiormente energivore.


L’allarme attuale arriva dopo un 2026 già segnato dalle conseguenze della crisi mediorientale. Nei mesi precedenti diverse analisi avevano quantificato in miliardi di euro l’aggravio energetico potenziale per il sistema produttivo italiano. Il Centro Studi Confindustria aveva evidenziato come uno scenario prolungato di tensione sui mercati delle materie prime potesse riportare l’incidenza dei costi energetici delle imprese manifatturiere verso livelli vicini a quelli critici sperimentati durante la crisi del 2022. Il nuovo rialzo del gas rende questo rischio nuovamente concreto e accentua la necessità di strumenti capaci di limitare la volatilità delle forniture e garantire prezzi maggiormente prevedibili.


Tra le soluzioni considerate strategiche dalle imprese figurano lo sviluppo dei Power Purchase Agreement, l’aumento della produzione da fonti rinnovabili, interventi per l’efficienza energetica e una maggiore liquidità del mercato italiano del gas. Proprio su quest’ultimo fronte sono state avanzate proposte per favorire un migliore allineamento tra il PSV italiano e il TTF, riducendo gli svantaggi competitivi che possono derivare dalla formazione dei prezzi nazionali. Confindustria e GSE hanno inoltre rafforzato la collaborazione per accompagnare le aziende nell’accesso agli strumenti destinati alla decarbonizzazione, alle rinnovabili e ai contratti energetici di lungo periodo.


Il timore delle aziende è che la nuova fase di rincari possa durare abbastanza da modificare concretamente le decisioni industriali. Una bolletta potenziale da 18 miliardi di euro per i grandi consumatori rappresenterebbe infatti un trasferimento di risorse che difficilmente potrebbe essere assorbito soltanto attraverso una riduzione dei margini. Parte degli aumenti potrebbe riflettersi sui prezzi finali, alimentando nuove pressioni inflazionistiche, mentre le imprese più esposte potrebbero ridurre produzione e investimenti. Per l’industria italiana il prezzo dell’energia torna così a essere uno dei principali fattori da cui dipendono capacità produttiva e competitività sui mercati internazionali.

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