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Estate in crisi per il turismo europeo verso gli Stati Uniti: crollano le prenotazioni e le compagnie aeree tagliano le rotte

La stagione estiva 2025 sta registrando un calo inatteso e significativo nei voli tra l’Europa e gli Stati Uniti. Dopo anni di ripresa post-pandemia, le prenotazioni da parte dei turisti europei per viaggi oltreoceano sono in picchiata. I dati raccolti da Tourism Economics evidenziano che le prenotazioni per l’estate hanno subito un calo del 10% rispetto allo stesso periodo del 2024. Una tendenza preoccupante, confermata anche dai numeri registrati nelle prime settimane di luglio, che mostrano una frenata generalizzata dell’interesse europeo verso gli Stati Uniti come destinazione di viaggio.


Il fenomeno non riguarda solo una parte del continente, ma appare diffuso e trasversale. Secondo le statistiche dell’agenzia ForwardKeys, nei primi cinque mesi dell’anno le prenotazioni per gli Stati Uniti in partenza da Europa, Medio Oriente e Africa sono diminuite del 3% rispetto allo stesso periodo del 2023. Se si guarda al solo mese di giugno, il calo rispetto all’anno precedente è stato ancora più marcato, con un -5% sulle rotte intercontinentali verso gli aeroporti americani. A confermare la tendenza negativa, anche il numero degli arrivi effettivi: a marzo 2025 si è registrato un -17% su base annua degli ingressi da Europa verso gli Stati Uniti.


In questo scenario, anche l’Italia contribuisce alla flessione. I dati pubblicati dalla U.S. National Travel and Tourism Office mostrano che, nei primi due mesi del 2025, il numero di viaggiatori italiani verso gli Stati Uniti è calato del 9,5%. La flessione appare più marcata nei flussi operati dai vettori statunitensi (-24,5%), mentre le compagnie europee hanno registrato un calo più contenuto (-2,1%). Un segnale che evidenzia come la crisi riguardi in modo particolare il segmento dell’offerta americana, probabilmente più penalizzata da questioni di percezione, fiducia e posizionamento tariffario.


Le cause di questa inversione di tendenza sono molteplici e interconnesse. In primo luogo, incide fortemente il fattore economico. L’inflazione ancora elevata in molti paesi europei, unita alla debolezza dell’euro nei confronti del dollaro, ha reso più oneroso per i cittadini europei un viaggio negli Stati Uniti. Il cambio sfavorevole incide direttamente sulla spesa per soggiorni, shopping e ristorazione, rendendo meno attrattiva la destinazione statunitense rispetto ad altre mete.


Un secondo elemento riguarda la percezione di accoglienza e sicurezza. Dopo la pandemia, e in particolare negli ultimi mesi, diversi episodi mediatici hanno raccontato di lunghe attese alla dogana, controlli invasivi, difficoltà nel rilascio dei visti turistici e addirittura casi di respingimento di passeggeri europei all’arrivo. Questi episodi, seppur circoscritti, hanno alimentato un senso di incertezza e diffidenza. L’atmosfera di tensione interna negli Stati Uniti, legata a fattori sociali e politici, potrebbe anch’essa contribuire a dissuadere parte dei viaggiatori.


Anche le compagnie aeree si sono adattate rapidamente al nuovo scenario. Alcuni vettori europei, come Lufthansa, Air France e British Airways, hanno già iniziato a rimodulare la propria offerta riducendo le frequenze su alcune tratte. In particolare, sono state tagliate rotte secondarie verso destinazioni come Orlando, Boston e San Francisco, mentre rimangono attivi ma meno frequentati i collegamenti principali con New York e Miami. L’impatto economico di questi tagli è significativo, considerando che le rotte transatlantiche rappresentano una delle principali fonti di redditività per le compagnie aeree.


Il calo delle prenotazioni ha effetti anche a valle della filiera turistica. Gli alberghi delle principali città americane segnalano un tasso di occupazione inferiore alle attese per i mesi di luglio e agosto, mentre il settore del noleggio auto e dei tour operator locali prevede una contrazione della domanda estiva. Secondo le stime del World Travel & Tourism Council, la spesa complessiva dei turisti internazionali negli Stati Uniti potrebbe diminuire nel 2025 fino a 12,5 miliardi di dollari rispetto alle previsioni formulate a inizio anno.


In questo contesto, si rafforzano le destinazioni concorrenti. Paesi come Canada, Messico e alcune isole dei Caraibi stanno beneficiando del rallentamento del turismo verso gli USA, attirando una quota crescente di visitatori europei grazie a politiche di ingresso più snelle, costi più contenuti e una percezione di maggiore disponibilità all’accoglienza. Anche il turismo interno europeo ne trae vantaggio: molte famiglie e coppie hanno deciso di restare nel Vecchio Continente, optando per mete più vicine come Spagna, Grecia, Portogallo e Italia stessa.


Il rallentamento dei flussi transatlantici potrebbe avere anche risvolti politici. Alcuni stati americani fortemente dipendenti dal turismo internazionale – come la Florida e la California – hanno iniziato a sollecitare il governo federale affinché vengano semplificate le procedure di ingresso per i turisti europei, sia attraverso un miglioramento dei tempi di rilascio dei visti sia con la riorganizzazione degli scali doganali. La richiesta è quella di tornare ad attrarre visitatori attraverso una maggiore efficienza nei controlli e un rinnovato investimento nell’immagine degli Stati Uniti all’estero.


Resta da vedere se la seconda parte dell’anno potrà offrire segnali di ripresa, magari a partire dal periodo autunnale e dalle festività di fine anno. Ma per ora, l’estate 2025 segna un punto di flessione netto nei rapporti turistici tra Europa e Stati Uniti, con conseguenze concrete per il settore dell’aviazione, dell’ospitalità e dell’economia americana nel suo complesso.

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