Dazi e debito: il ricatto impossibile all’Europa. Come Trump usa i dazi per preservare il debito Usa e rafforzare il dollaro a nostro danno
- piscitellidaniel
- 28 lug
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Da settimane, le minacce del presidente statunitense Donald Trump di imporre dazi fino al 30 % sulle importazioni europee a partire dal primo agosto hanno squassato il contesto economico e politico del Vecchio continente. L’analisi di fondo va oltre la semplice contesa commerciale: secondo osservatori ed esperti, l’intento vero della Casa Bianca sarebbe quello di rafforzare la posizione del dollaro e sostenere l’enorme debito federale americano, scaricando parte dell’onere sull’industria europea e direttamente sui consumatori e imprese del continente.
Negli ultimi mesi Trump ha pubblicato una serie di “lettere minatorie” inviate alla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, in cui annuncia dazi vincolanti dal 20 al 30 % sui beni importati dall’UE. Nella lettera viene esplicitata la volontà di utilizzare i dazi non solo come strumento per riequilibrare la bilancia commerciale, ma anche come leva per indurre l’Europa a importare prodotti energetici e militari statunitensi per centinaia di miliardi di dollari. In pratica, parte del pacchetto tariffario viene presentato come contropartita per favorire gli investimenti e gli acquisti dalla parte americana.
In questo contesto, emerge chiaramente il nesso tra dazi e debito pubblico statunitense. Gli Stati Uniti, con un debito annuale che supera i triliardi di dollari, trovano nei dazi una leva per aumentare le entrate statali senza ricorrere a tagli interni o rialzo delle tasse: ogni punto percentuale di tariffa rappresenta miliardi di introiti aggiuntivi alla tesoreria americana. Al tempo stesso, una valuta forte e stabile consente di sostenere il costo del debito: maggiore è la domanda di dollari, più il biglietto verde si rafforza rispetto alle valute estere, riducendo la pressione sul Treasury statunitense.
L’Europa, però, paga un prezzo salato. Il cambio euro-dollaro è salito del 12–13 % nel 2025, rendendo i prodotti europei più costosi negli Usa e agendo come un “dazio implicito” per l’export. Questo effetto combinato – cambio sfavorevole più dazi – potrebbe erodere fino al 20 % dei profitti netti di molte imprese italiane ed europee. Confindustria stima che un dazio del 20 % costerebbe all’Italia oltre 30–37 miliardi di perdite in export; un dazio del 30 % potrebbe far crollare il PIL europeo fino al 0,4%.
Le prospettive macroeconomiche sono altrettanto preoccupanti: secondo studi del Kiel Institute e della Commissione Ue, il prodotto interno lordo europeo potrebbe contrarsi tra lo 0,2 % e lo 0,8 % in assenza di controdazi o alternative efficaci. La BCE si trova in difficoltà: i tassi elevati (intorno al 2 %) pesano sulla competitività delle esportazioni europee, e ridurli potrebbe essere necessario per attenuare l’impatto dei dazi, ma ciò richiede una valutazione attenta per non alimentare ulteriormente l’inflazione.
Sul piano politico, la reazione europea è divisa. Germania, Francia e Italia hanno espresso preoccupazione; in particolare Berlino e Roma sottolineano come la possibilità di un’energia più costosa e di un euro più debole riducano la capacità di recupero in chiave competitiva. In Italia, il dibattito politico ha visto divisioni: da una parte alcuni puntano su dialogo e negoziato per ottenere tariffe inferiori – magari intorno al 15 %; dall’altra si invocano misure di ritorsione selettive sui beni statunitensi – un bazooka di controdazi per far capire che l’Europa non intende subire passivamente.
L’Europa sta cercando un equilibrio: da un lato la pressione negoziale per evitare i dazi peggiori, dall’altro la preparazione della risposta strutturata interna, puntando su accordi con altri partner commerciali (Asia, Africa, America Latina). È in corso la costruzione di una strategia industriale che includa investimenti nella riduzione delle barriere interne, un rafforzamento del Mercato Unico e un ricorso potenziato all’integrazione digitale delle filiere.
Sul fronte politico interno, il compromesso con Trump è visto da alcuni leader come necessario per evitare uno shock immediato. Allo stesso tempo, molti analisti europei interpretano i segnali della retorica americana come un chiaro ricatto: il rafforzamento del dollaro, l’utile daziario e la tenuta del debito pubblico Usa non possono essere estorti a caro prezzo al sistema economico europeo.
La tensione resta dunque altissima: con l’avvicinarsi del primo agosto, data fissata per l’entrata in vigore delle tariffe draconiane, l’Europa deve fare i conti con la propria coesione interna, l’unità diplomatica e la capacità di mantenere la competitività internazionale. In ballo c’è non solo la tenuta economica, ma anche l’autonomia politica nel rapporto con gli Usa e la capacità di ridefinire l’architettura commerciale globale.

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