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Bekaert cerca acquirenti per l’impianto sardo, sindacati e lavoratori in mobilitazione

La vicenda dello stabilimento sardo della Bekaert è tornata al centro dell’attenzione nazionale e regionale, con sviluppi che riaccendono le preoccupazioni per il futuro occupazionale di centinaia di lavoratori e per le prospettive industriali del territorio. L’azienda, multinazionale belga specializzata nella produzione di acciai e rinforzi metallici, ha confermato la volontà di cedere l’impianto e ha avviato la ricerca di potenziali acquirenti interessati a rilevare l’attività. Una scelta che apre scenari complessi e che mette in agitazione i sindacati, già mobilitati per difendere i posti di lavoro e garantire un piano di continuità produttiva.


Lo stabilimento rappresenta da anni un presidio industriale importante per l’isola, non solo in termini di occupazione diretta ma anche per l’indotto collegato. La decisione di Bekaert di cercare compratori è stata interpretata come il segnale di una volontà di disimpegno dal mercato locale, con il rischio di abbandonare una realtà che ha avuto un ruolo significativo nella filiera dell’acciaio e nelle forniture per il settore automotive e delle costruzioni. Per i lavoratori, il timore è che l’operazione possa tradursi in una chiusura definitiva qualora non si trovino acquirenti credibili in tempi rapidi.


Le organizzazioni sindacali hanno reagito con forza, convocando assemblee e proclamando iniziative di mobilitazione. La richiesta è duplice: da un lato la massima trasparenza da parte dell’azienda sul processo di vendita e sui possibili contatti già avviati, dall’altro un intervento deciso delle istituzioni per accompagnare la trattativa e vigilare sugli sviluppi. L’obiettivo dichiarato è evitare che i lavoratori vengano lasciati soli ad affrontare un passaggio cruciale, dopo anni di incertezze e sacrifici.


Il governo regionale e il ministero delle Imprese e del Made in Italy sono stati sollecitati a prendere posizione e a convocare un tavolo istituzionale che coinvolga azienda, sindacati e amministrazioni locali. La vicenda richiama alla memoria altri casi industriali in cui la mancanza di una strategia condivisa ha portato alla chiusura di siti produttivi, con conseguenze pesanti per i territori interessati. In questo caso, il rischio appare ancora più grave, perché riguarda una realtà collocata in un’area che già soffre di alti tassi di disoccupazione e di limitate alternative occupazionali.


La Bekaert ha fatto sapere di voler trovare un acquirente industriale in grado di garantire la prosecuzione dell’attività, ma le parole dell’azienda non bastano a rassicurare i lavoratori. Troppe volte in passato operazioni di questo tipo si sono concluse con la cessione a soggetti poco solidi o con il fallimento delle trattative, lasciando alle spalle solo promesse non mantenute. I sindacati chiedono quindi garanzie vincolanti, con l’impegno a salvaguardare i livelli occupazionali e a investire nel rilancio produttivo dello stabilimento.


Il contesto globale del settore siderurgico e dei materiali metallici non aiuta. La concorrenza internazionale è sempre più aggressiva, soprattutto da parte di Paesi extraeuropei che operano con costi di produzione inferiori. Questo ha spinto molte aziende europee a rivedere le proprie strategie, concentrando gli investimenti in aree più redditizie e dismettendo impianti ritenuti meno competitivi. Lo stabilimento sardo si trova quindi in una posizione delicata, stretto tra le difficoltà del mercato e l’incertezza legata alla volontà della casa madre di ridurre la propria presenza in Italia.


La mobilitazione dei lavoratori si inserisce anche in un quadro sociale già teso. Le famiglie coinvolte vivono con apprensione queste settimane, consapevoli che il futuro occupazionale dipende dalla capacità di trovare una soluzione credibile. Le manifestazioni organizzate davanti ai cancelli dello stabilimento hanno visto una partecipazione crescente, con la solidarietà di altri settori produttivi e delle comunità locali. La battaglia per difendere l’impianto è percepita come una battaglia per la sopravvivenza economica di un intero territorio.


Il governo centrale è chiamato a giocare un ruolo decisivo, non solo come garante delle trattative ma anche come promotore di politiche industriali di lungo periodo. Il caso Bekaert riaccende infatti il dibattito sulla necessità di una strategia nazionale per l’acciaio e per i materiali industriali, capace di affrontare le sfide della transizione ecologica senza abbandonare intere aree produttive. La decarbonizzazione, la digitalizzazione e la sostenibilità rappresentano sfide che richiedono investimenti e piani industriali di ampio respiro, non soluzioni temporanee legate a singole crisi aziendali.


Le prossime settimane saranno cruciali per capire se la ricerca di acquirenti avrà esito positivo e se lo stabilimento potrà avere un futuro. I sindacati hanno già annunciato che non resteranno a guardare e che continueranno a mobilitarsi finché non arriveranno risposte concrete. Per l’isola, la vertenza Bekaert rappresenta un test sulla capacità del sistema politico e industriale di difendere l’occupazione e di garantire uno sviluppo equilibrato, evitando che l’ennesima dismissione lasci dietro di sé un deserto produttivo e sociale.

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