Pensioni e lavoro quasi uno a uno, la sfida si sposta sui prossimi cinque anni

In Italia il rapporto tra lavoro e pensioni è ormai vicino a uno a uno. La Cgia segnala 24,1 milioni di occupati e 23,2 milioni di pensioni erogate. Il confronto non coincide con il numero delle persone, perché uno stesso beneficiario può ricevere più trattamenti, ma descrive la pressione sulla base contributiva. Negli anni Ottanta il rapporto era intorno a tre lavoratori per ogni pensione: il cambiamento riflette invecchiamento demografico, carriere discontinue e crescita insufficiente dell’occupazione.
La questione diventa più urgente guardando alle uscite previste. Tra il 2025 e il 2029 potrebbero lasciare il lavoro circa tre milioni di persone, delle quali il 74% nel Centro-Nord, pari a 2.244.700 unità. Il dato riguarda insieme sostenibilità previdenziale e capacità produttiva. Se i pensionamenti non vengono compensati da nuovi ingressi, aumentano le difficoltà nel reperire competenze e si riduce il numero di contribuenti che finanziano il sistema.
Il problema non si risolve soltanto ritardando l’età di uscita. Servono più occupati, salari regolari e una partecipazione al lavoro più ampia di giovani e donne. Ogni posto stabile genera contributi e amplia la base su cui distribuire il costo delle prestazioni, mentre lavoro sommerso, inattività e bassi salari indeboliscono le entrate. Anche l’immigrazione regolare può contribuire, se accompagnata da integrazione professionale e percorsi coerenti con la domanda delle imprese.
Per le aziende la concentrazione delle uscite nel Centro-Nord rende centrale il passaggio di competenze. Formazione, affiancamento e organizzazione dei tempi devono iniziare prima del pensionamento, soprattutto nei mestieri tecnici e nei servizi essenziali. Sul piano pubblico occorre distinguere tra numero di pensioni, pensionati e importi medi, evitando equivalenze improprie. Il quasi pareggio tra occupati e trattamenti non annuncia da solo un collasso, ma segnala un equilibrio che dipende sempre più dalla qualità e dalla quantità del lavoro futuro.





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