Visti Schengen, il caso Lipsia accende i riflettori sull’Italia: solo 202 rifiuti su oltre 50mila richieste dalla Bielorussia
- piscitellidaniel
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Il caso del cittadino bielorusso con passaporto russo, sospettato del tentato attacco con droni ed esplosivo all’aeroporto di Lipsia, riporta al centro dell’attenzione europea le procedure per il rilascio dei visti Schengen. L’uomo sarebbe entrato nello spazio di libera circolazione utilizzando un visto turistico rilasciato dall’ambasciata italiana a Minsk. Un elemento che ha aperto il dibattito sui criteri applicati dall’Italia nei confronti dei richiedenti provenienti dalla Bielorussia, soprattutto alla luce dei numeri del 2025: su 50.912 domande presentate agli uffici italiani, soltanto 202 sono state respinte, pari a circa lo 0,4% del totale.
Il dato assume particolare rilievo se confrontato con quello degli altri Paesi europei. Complessivamente, nel 2025 i cittadini bielorussi hanno presentato 157.028 richieste di visto Schengen di breve durata e ne hanno ottenuti 152.571, con un tasso medio di rifiuto del 2,8%. L’Italia, con quasi 51mila istanze ricevute, è risultata il principale Paese di riferimento, arrivando a rilasciare poco meno di un terzo dei visti concessi complessivamente ai cittadini della Bielorussia. La distanza rispetto agli altri Stati emerge soprattutto dal tasso di diniego: la Germania ha respinto il 2,8% delle richieste, mentre la Francia è arrivata al 6,5%.
A richiamare l’attenzione è anche la diffusione dei visti a ingresso multiplo, i cosiddetti multiple-entry visa, che permettono al titolare di attraversare più volte le frontiere esterne dello spazio Schengen durante il periodo di validità dell’autorizzazione. Nel caso dell’Italia la loro incidenza è stata pressoché totale: 50.709 richieste su 50.912 hanno riguardato questa tipologia. Anche in questo caso il confronto europeo evidenzia differenze significative. In Germania la quota dei visti multipli si è attestata intorno all’88%, mentre in Francia è stata circa il 71%. Una distanza che alimenta interrogativi sulla diversa applicazione, da parte dei singoli Stati, delle procedure previste dal sistema comune europeo.
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha assicurato che saranno effettuati tutti gli accertamenti necessari sul caso di Lipsia, ricordando però che il rilascio di un visto segue un processo definito e che, in assenza di segnalazioni o alert relativi alla singola persona, l’autorizzazione viene concessa se sono soddisfatti i requisiti previsti. È un punto centrale nella vicenda: il possesso di un visto Schengen non certifica l’assenza assoluta di rischi futuri, ma attesta che, al momento della valutazione, le verifiche effettuate non hanno fatto emergere elementi sufficienti per negare l’ingresso. Il caso pone quindi anche il problema della qualità e della tempestività dello scambio di informazioni tra autorità nazionali e apparati di sicurezza europei.
Il quadro italiano non riguarda soltanto la Bielorussia. Anche per i cittadini della Russia gli uffici consolari italiani mostrano un’elevata percentuale di autorizzazioni. Nel 2025 i cittadini russi hanno ottenuto complessivamente 618.806 visti di breve durata per lo spazio Schengen e circa 161mila sono stati rilasciati dagli uffici italiani, soprattutto da Mosca e San Pietroburgo. Circa il 94,5% delle richieste presentate all’Italia ha ottenuto il via libera. Gli altri grandi Paesi europei hanno adottato criteri statisticamente più restrittivi: la Francia ha registrato una quota di rifiuti del 6,6%, la Spagna dell’11,6%, mentre in Germania il tasso è arrivato al 19%.
Le differenze tra gli Stati assumono una particolare importanza perché un visto rilasciato da un singolo Paese consente, nel rispetto delle condizioni previste, di circolare nell’intero spazio Schengen. Le scelte di un’amministrazione nazionale producono quindi effetti che possono riguardare anche gli altri partner europei. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, la gestione degli ingressi provenienti dalla Russia e dalla Bielorussia è diventata inoltre un tema sensibile sotto il profilo della sicurezza e della politica estera, con approcci non sempre uniformi tra i governi dell’Unione.
Il caso di Lipsia sposta ora l’attenzione sulla necessità di comprendere se il bassissimo tasso italiano di rifiuto sia semplicemente il risultato della composizione delle richieste e dell’assenza di segnalazioni individuali oppure se esistano differenze sostanziali nelle modalità con cui i consolati europei valutano i rischi. I numeri mostrano una distanza significativa tra Italia, Germania e Francia, mentre la quasi totalità dei visti multipli concessi a Minsk aggiunge un ulteriore elemento al confronto. L’accertamento sulla procedura seguita per il sospettato diventa così rilevante non soltanto per ricostruire una singola vicenda, ma anche per valutare l’efficacia del sistema europeo di controllo preventivo degli ingressi.


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